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Story – Gabriele Malagoli

Le foto dell’amore e l’amore per la fotografia

In questo numero, dedicato in gran parte all’amore e a San Valentino, abbiamo incontrato Gabriele Malagoli, fotografo specializzato in matrimoni.

A lui abbiamo chiesto di parlarci del suo lavoro e di raccontarci storie ed emozioni del giorno più bello di una coppia.

DOMANDA:
Come ti sei avvicinato alla professione di fotografo? E quando hai scelto in particolare i servizi per matrimoni?
RISPOSTA:
In realtà, come spesso accade, è stato tutto piuttosto casuale… ho iniziato come fotoamatore con l’avvento delle prime macchine digitali ma mai e poi mai nella vita avrei pensato di fare questo lavoro. Dopo la laurea ho avuto immediatamente l’opportunità di lavorare per un quotidiano locale come fotoreporter e da lì poi è nato il mio percorso professionale. Ho iniziato a fare servizi per matrimoni quasi fin da subito ma soltanto negli ultimi 5 o 6 anni è diventata una parte importante del mio lavoro.
D: Come definiresti il tuo stile?
R: In realtà potrei definirlo con una parola inglese che non credo abbia un corrispettivo in italiano, ovvero “moody”. Più che uno stile ho una mia “filosofia” se così si può dire: credo che gli sposi debbano godersi la loro giornata e il mio compito è quello di immortalare tutto quello che accade, cercando di raccontare attraverso il mio punto di vista le emozioni vissute.
D: Cosa ha di particolare/diverso un fotografo di matrimoni? Immagino abbia una grande responsabilità visto che immortala uno dei momenti più importanti della vita e quindi fa scatti che rimarranno per tanto tempo…
R: Vivo questo lavoro come una grande responsabilità. Per una coppia, come hai detto tu, è uno dei giorni cardine della propria vita e rivivranno quella giornata attraverso le fotografie, che è l’unica cosa che resta (oltre all’amore, chiaramente!) dopo la giornata del matrimonio. Secondo il mio punto di vista un fotografo di matrimoni deve avere una visione, un punto di vista su quello che accade durante la giornata, deve saper raccontare un avvenimento che ha tempi e ritmi ben precisi, senza interferire e senza essere protagonista.
D: Come ti prepari a un servizio fotografico?
R: Tutto quello che cerco di fare è una ricerca in merito alle location del matrimonio, proprio perché durante la giornata ci sono dei tempi ben precisi ed è giusto perdere il minor tempo possibile. Cerco sempre di valutare un eventuale “piano B” nel caso in cui piovesse, soprattutto per la parte di ritrattistica post cerimonia. Oltre a questo chiedo anche agli sposi se ci sia qualcosa in particolare che debba essere ripreso nelle immagini, così da non perdere particolari fondamentali. Per il resto, lascio che le cose accadano e mi faccio guidare dall’istinto del momento, soprattutto perché ogni matrimonio è una storia a sé.
D: In giornate concitate come quelle di una cerimonia, cosa è che attira di più il tuo occhio?
R: I dettagli meno visibili e la gestualità delle mani.
D: Quale è la cosa che ti viene chiesta più spesso dagli sposi e/o dai parenti?
R: In realtà non ci sono richieste frequenti… con internet oggi fortunatamente c’è molta più cultura visiva e le coppie che ho conosciuto e ho fotografato sapevano già orientativamente qual è il mio stile e che cosa faccio.
D: C’è qualcosa che vorresti gli sposi non ti chiedessero mai?
R: La foto con sposo in ginocchio davanti a lei in mezzo ad un campo di grano al tramonto!
D: Quali consigli daresti a una coppia che si accinge a scegliere un fotografo e di conseguenza anche uno stile?
R: Scegliete bene il vostro fotografo. Deve rispecchiare un punto di vista, deve rappresentare i vostri ricordi. Quello che dico sempre alle coppie che vengono a conoscermi è proprio questo: “fatevi un giro, guardate altri fotografi e valutate. Se tornate da me vorrà dire che siete totalmente consapevoli del mio stile ed apprezzerete molto di più il servizio finale”.
D: C’è una foto alla quale sei particolarmente affezionato, per come l’hai scattata o magari per le circostanze che ti hanno consentito uno scatto che consideri unico?
R: Si, ma non è uno scatto legato ai servizi matrimoniali. Si tratta di due ritratti che feci in studio a mio padre e mia madre. Non mi era mai capitato di fotografarli in una situazione del genere. È stato come vederli con occhi diversi, nuovi, come se la quotidianità in qualche modo me li avesse un po’ nascosti e attraverso l’obiettivo della macchina fotografica si siano rivelati con un nuovo volto. Una sensazione che ricordo ancora oggi con qualche brivido.

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Joint Espresso

D: Com’è nata la vostra Start Up?

R: Joint Espresso nasce in maniera completamente differente rispetto alla maggior parte delle aziende italiane, e non è per mancanza di modestia ma solo per un dato oggettivo.
Questo progetto si basa sui dati numerici e sul marketing, quello che non parla unicamente di brand, ma parla di potenzialità e test di mercato, e tutti è stato convogliato in un business plan redatto in maniera certosina.
Joint Espresso è figlia delle nostre professionalità, in ambito marketing, business, produttivo (della canapa) ed economico.
La canapa è stato un business core tutto italiano fino ai primi del 900, eravamo la prima nazione al mondo con l’85% della produzione totale.
Questa fantastica pianta era già concepita come una opportunità straordinaria, il tempo ci ha portato a dimenticare le sue peculiarità trasversali, e il “caso” l’ha riportata alla ribalta.
Alcuni di noi lavorano in questo ambito da anni (produzione e studio) mentre altri si sono trovati a dare consulenze di branding e marketing per alcune aziende, altri supporto tecnologico e web, il match è stato quasi obbligatorio.
Anche per questo ci reputiamo una startup molto differente rispetto alle altre, poiché cerchiamo di seguire il Time To Market, e quindi essere pronti alle necessità del mercato nello stesso momento che il mercato le recepisce e le ricerca.

D: Cosa vuol dire Joint Espresso?

R:  Il nome è pregno della nostra voglia di immaginare e sognare.
Va fatto – obbligatoriamente – un piccolo preambolo.
Penso che tutti siano consapevoli del fatto che il fiore della canapa è stato usato in maniera ludica da sempre, vero? Bene.
Sappiamo tutti, allo stesso modo, che in italia l’uso di tale fiore (con presenza superiore allo 0,2% di THC – ndr) è illegale, poiché viene considerato droga.

Il valore di THC all’interno della canapa ne sancisce la legalità, ma non ne sancisce ancora l’uso in maniera esaustiva.Con l’entrata in vigore della legge 242/16 sulla Canapa Sativa L, i produttori e le aziende collegate alla commercializzazione di questi prodotti hanno iniziato a percepire la possibilità di un nuovo mercato, rimanendo però sul filo del rasoio per la comunicazione.

Per esempio, il fiore può essere venduto unicamente per “uso tecnico” o “per collezionismo”, questo vuol dire che le aziende si cercano di tutelare inserendo dei disclaimer in cui si dice all’utente finale che il fiore non ha uso combustivo e/o alimentare.

Pochissimi per esempio spiegano o sanno spiegare le peculiarità del CBD (Cannabidiolo – Metabolita della Cannabis Sativa – ndr) che ha effetti rilassanti, anticonvulsivanti, antidistonici, antiossidanti, antinfiammatori, favorisce il sonno ed è distensivo contro ansia e panico. Quindi l’acquirente dovrebbe tenerlo lì, su una mensola, oppure usarlo – come si faceva una volta in Svizzera – per profumare gli abiti.

Detto ciò, il termine “joint” è usato colloquialmente per rappresentare la parola “canna” / “spinello”.
Abbiamo deciso di usarlo nella sua accezione francese in cui vuol dire “connessione”.
Perché vogliamo connettere la canapa a qualcosa?
Semplicemente perché le peculiarità di questa pianta sono infinite e la prima connessione che abbiamo voluto creare è quella con un’altro simbolo del nostro paese, l’Espresso.
Da quì nasce Joint Espresso, che è votata ad essere un’azienda sincera nella comunicazione e sincera nel perseguire la finalità d’impresa e di rivalutazione del territorio.

D: Cosa vuol dire Green[d] The Happiness?

R: E’ un gioco di parole, siamo appassionati di semantica, significati e suoni. Cerchiamo di unire assonanze del mercato “vecchio” cercando di virare il timone della comunicazione associando e perseguendo nuovi significati.

In questo calderone di significati e assonanze abbiamo voluto tirare dentro la parola inglese Green (verde) che è il colore per eccellenza della Canapa con una nota fonetica che viene aggiunta dalla D finale, letto così – ai più – suonerà come Grind, altra parola inglese che vuol dire Macinare.
 Tramite la “macinatura” della Canapa vogliamo fonderla con tutti i prodotti possibili, per poter poter aggiungere le proprietà benefiche di questo prodotto in tutti gli ambiti.
Chiaramente la macinatura si riferisce anche al caffè, all’olio, e poi arriverà il cioccolato, le creme… e poi non vi diciamo altro, perché ci stiamo lavorando sopra. Vorremmo che prima o poi gli italiani, scendessero dal carro della ritrosia per abbracciare la scienza, un nuovo modo di fare azienda, e per perseguire l’opportunità di unire il business all’ecosostenibilità, poiché solo tramite queste innovazioni antiche possiamo macinare strada e arrivare alla felicità e serenità che tutti noi dovremmo perseguire.

D: Come pensate che si svilupperà il business della Canapa in Italia?

R:  Purtroppo a questa domanda è difficile rispondere, ci sono dei temi etici da affrontare, dei temi politici ma soprattutto dei temi sociali e ed economici.
Questa è un’opportunità splendida per tutta l’Italia, proprio in questo momento mentre rispondiamo alle vostre domande, in Francia ci sono 2 isolati di fila per uno dei primi Hemp Shop Light aperti a Parigi.
In Germania è boom, un completo boom di vendite.

Noi vorremmo che i nostri connazionali iniziassero a pensare fuori dagli schemi, a pensare fuori dai luoghi comuni e che lo stato desse forza a queste opportunità.
Cerchiamo di perseguire anche la coerenza. Come può l’Italia, un paese in cui c’è monopolio di stato su alcool e tabacchi reprimere la possibilità di uso della Canapa?Stanno attendendo di normare questi ambiti per apporre delle accise?E se sì, non basterebbe solo dichiararlo invece che fare questo terrorismo di informazione?
Lo so che questi discorsi sono anacronistici, però se smettiamo di porci le giuste domande, iniziamo ad essere ebeti pecore che non ragionano, ma perseguono solo ciò che altri indicano, senza alcuna riflessione.
Nonostante queste nostre convinzioni, supportiamo e rispettiamo la legge al 100%, facendo delle lotte culturali per il miglioramento delle opportunità di business e vita.
Per anni, declinata sotto nomi differenti, la canapa è stata vista SOLO e UNICAMENTE come droga.
Vi voglio porre una domanda, per quale motivo in Olanda, paese progressista e avanguardista per antonomasia, stanno vendendo tantissima Canapa Sativa con basso contenuto di THC? Io provo a darvi la mia di risposta, che condivisibile o meno è un punto di vista personale.

La Canapa è un prodotto della natura, che se coltivato fuori dagli schemi industriali può e deve essere applicato a tutti gli ambiti della vita, è la società poi che associa a questi ambiti un valore positivo e negativo. Spesso questo valore si rafforza tramite l’ignoranza, e ignorare vuol dire non conoscere.
Per far conoscere le proprietà della Canapa c’è la scienza, che noi interrogheremo e i cui risultati saranno divulgati da noi in maniera precisa e lineare. Nel nostro ragionamento quindi c’è la visione di una Canapa consapevole e inserita in tutti gli ambiti della vita che possano creare vero beneficio.

D: Che ricaduta può avere il vostro progetto sulla nostra Città?

R: Un valore altissimo! attualmente la nostra azienda Partner Hesalis sta coltivando nel territorio Umbro, allo stesso tempo continuano a dialogare con i coltivatori spiegando le possibilità di business legate alla Canapa. Molti in questo anno hanno creduto alle loro competenze, ed è per questo che Emilio rappresenta come socio in Joint Espresso tutte quelle competenze sul prodotto che ci servono.
Nella nostra volontà c’è quella di crescere, creare occupazione, e renderla stabile.

Siamo giovani e forti di averne viste di tutti i tipi finora, noi apparteniamo alla generazione di quelli definiti “bamboccioni”, di quelli che “vieni a collaborare da noi gratis, ti farà curriculum”, di quelli che in banca “non c’è credito per voi”, e di quelli che negli occhi hanno ancora stampata la parola “startup” come se in italia si finanzino le idee.
In realtà l’Italia è tutta un’altra roba, e anche se non ci va bene, questa è casa nostra e abbiamo deciso di lottare per valorizzarla.
Non vogliamo lottare in maniera campanilista, vogliamo propagare la visibilità delle nostre peculiarità e aggredire il mercato internazionale.

Mentre creiamo giorno dopo giorno il nostro progetto lo divulghiamo in rete, e abbiamo già iniziato a dire tramite i Social: “Hey noi facciamo questo e siamo quì, vienici a trovare! Acquista i nostri prodotti!”.
Il nostro mercato vuole essere globale, e speriamo nel breve-medio tempo di poter far uscire le prime richieste di posizioni lavorative.

D: A questo punto, dove vi possiamo trovare?

R: Joint Espresso è su Facebook e Instagram, abbiamo il nostro sito con e-commerce raggiungibile all’indirizzo www.jointespresso.com, in cui troverete anche degli articoli di approfondimento! Inoltre cercheremo di essere presenti a ogni manifestazione territoriale possibile, sicuramente saremo presenti a Borghi di Birra nel mese di Luglio, poi al Tesla Festival a Piediluco nel mese di Agosto.
Comunque per ricevere costanti aggiornamenti, basta un like alla nostra pagina e tutto diventa più semplice!

 

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Cover Story – Terni città della birra

Da industriale ad artigianale, a birra artigianale!

Un po’ da sempre ci fregiamo del titolo Terni città dell’acciaio, o almeno, dal 1884, quando le antesignane della moderna AST, iniziarono ad operare sulle sponde del Nera. E allora perché non Terni città della birra? Se ne facciamo una mera questione di età, il primo birrificio ternano che si ricordi, ha iniziato a trasformare acqua, malti e luppoli in una delle più iconiche bevande di sempre quasi quarant’anni prima, nel 1845. La famiglia Magalotti, già produttrice di acqua minerale, gassosa e ghiaccio, decise di immergersi nel mercato della birra, arrivando a diventare una vera e propria eccellenza nazionale, grazie alla qualità delle acque del territorio e degli ingredienti utilizzati. Un’avventura interrottasi bruscamente nel 1936, dopo quasi un secolo di attività, per via delle leggi fasciste, che imposero altissime tasse sulle materie prime, promuovendo l’utilizzo del riso, decisamente fuori mercato per produrre birra. E proprio lì, dove una volta sorgeva il birrificio possiamo ancora trovarne le tracce. Ti è mai capitato, girando per le vie del centro, di imbatterti nei pressi di Porta Sant’Angelo in vico della Birreria? Ecco, quella birreria, era proprio la Magalotti, e circa 90 anni dopo, tre giovani ternani, incuriositi proprio da quella via, hanno deciso di indagare, fino a far diventare uno scherzo fra amici il grande ritorno di un’antica eccellenza ternana. Purtroppo per noi la Magalotti, anche se radicata nel territorio, ormai viene prodotta in Austria, ma il seme che ha piantato più di 150 anni fa è sbocciato rigoglioso, dando vita a ben 2 birrifici artigianali che già hanno fatto molto parlare di se: Il Birrificio Amerino e Birra Bro non birrifici normali, le loro birre sono frutto della fantasia, dell’estro, della sperimentazione. Loro sono artigiani, loro sono artisti. Sono birrerie artigianali.

IL BIRRIFICIO AMERINO
Il Birrificio Amerino, nato dalla passione di due fratelli, Alessandro e Marco Di Stefano, come da nome nasce ad Amelia, prima come semplice “Beer firm” (producevano le loro birre all’interno di birrifici altrui), per poi camminare con le loro forze presso l’attuale sede di Sviluppumbria. Dei veri e propri artisti, giovani e rampanti, che non hanno paura di mettersi in gioco e sperimentare, provare, magari anche fallire, ma con il solo obiettivo in mente di migliorare le loro birre, oltre che di sostenere il territorio da dove provengono e dove producono. Basti pensare che Alessandro, il mastro birraio, aveva un posto sicuro all’Alcantara, oro in questi tempi incerti. Ora lavora tutto il giorno, sempre in apprensione, ma la soddisfazione di vedere piacere nel volto di chi ha appena bevuto, un qualcosa che senza il suo intervento era semplice acqua, è impagabile. Amerino si, ma non solo, con un occhio rivolto a tutto il sud dell’Umbria, con grandi progetti in cantiere. Come produrre una birra con lievito autoctono da loro coltivato in zona, fino all’integrazione con le cantine vinicole di cui il territorio è pieno, con il progetto delle birre in barrique. Una ricerca costante della qualità, ma anche dell’unicità, cercando di creare birre un po per tutti i gusti, che piacciano anche a chi non è ancora abituato alla ricchezza di sapori delle birre artigianali, a chi ormai non riesce a bere altro. Una linea completa la loro, dall’intensità dei luppoli della Burbera alla corposità della Edo15, la IPA di casa, passando per l’amarezza della giovane e ribelle NorthUp fino alla freschezza della beverina Summer. Ed ora arriveranno le speciali, dalla citata barrique, alle rosse speciali, fino alla birra per San Valentino.

BIRRA BRO
Spostandoci neanche troppo distante, possiamo trovare il nuovo birrificio di Birra Bro. Ai due “BRO” storici Pierfrancesco e Elisabetta Peppicelli, da pochi mesi si sono unite le forze fresche della famiglia Musumeci, proiettandoli verso una nuova era, con un nuovo birrificio ancora più grande a pochi metri dal precedente, che era stato inaugurato addirittura prima di tutti, nel 2015! In questi due anni Birra Bro si è tolta anche qualche soddisfazione mica male, con la loro Apache che si è piazzata al 2° posto su ben 102 birre al Cerevisia, il più grande festival della birra artigianale in Italia, oltre ad essere arrivati addirittura a esportare birra italiana in tutta Europa. Birra italiana in Europa, ma non era il contrario? Piccole magie che possono avvenire solo grazie alla passione e all’impegno si, ma anche alla qualità, che in Birra Bro non mettono mai in secondo piano. Che va bene essere artigianali, ma questo non vuol dire che la qualità non debba essere una priorità, con macchinari all’avanguardia, alta standardizzazione, che permette alla birra di diventare arte in dei fermentatori più unici che rari. Eh si perché come si fa a dire che la Birra Bro non è di Terni, quando passa tutto il tempo a maturare e fermentare in fermentatori fatti con acciaio AST? Anche perché Birra Bro non vuole fermarsi e dopo le prime due birre, create in collaborazione con il CERB, adesso siamo arrivati a cinque. La lievemente amara e mai anonima Mania, la Alpan, un’ambrata fruttata con un finale deciso, la freschissima Figlia dei fiori, la Mitica 70, dubbel belga ad alta fermentazione dal colore ramato e infine la decisa Apache, un’APA amara si, ma senza esagerare, un APA unica, dopotutto non si arriva secondi su 102 e si diventa birra quotidiana per ‘Slow food’ a caso. Che grande spirito birrario che riaffiora a Terni. Incredibile dirlo dopo quasi un secolo di pausa. Pesa tanto quel vuoto, forse per colpa sua è esagerato definire Terni città della birra. Almeno per ora. Riparliamone fra qualche anno.

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Story – Supergomma

GOMMA BUCATA? TRANQUILLI, ARRIVA SUPERMAN!

Quando un’esperimento sociale promuove una start-up ternana

Il coccodrillo calca questa terra da circa 90 milioni di anni, alcune caratteristiche sono vincenti per la loro stabilità e restano immutate nel tempo; Per altre, al contrario, il cambiamento è insito nella loro natura più intima. La stampa, i manifesti, l’avvento del tubo catodico e la nascita del carosello, l’intervallo dei film e la propaganda nei programmi sino ad arrivare ad oggi, l’era del digitale: come un organismo instabile in continua mutazione, la pubblicità è sempre più uno dei motori principali del mondo, adattandosi ad esso ma plasmandolo allo stesso tempo. Nell’aspro e intricato scenario del mercato odierno, seguire il flusso del cambiamento della pubblicità è fondamentale, per la…sopravvivenza della specie, per rimanere in cima alla catena alimentare. L’avvento dei social, dell’informazione capillare e personalizzata, la pubblicità ora come non mai scorre nei fili della rete, il cambiamento ha già mietuto vittime illustri.

Ma se alcuni soccombono, altre realtà nascono e cavalcano l’onda, innovando il modo di raggiungere e soddisfare la propria clientela, sia in tutto il mondo, sia nelle realtà locali, dando spunto per guardare alla pubblicità in modo nuovo. Un’esperimento sociale sulle strade nella nostra città? Si può fare! Ecco che la Logica Solution, azienda locale che si è già fatta notare con altri video virali come “8 scommettitori tipici ternani”, con il patrocinio della Supergomma ci propone una divertente Candid Camera e ci chiede “cosa faresti se accadesse a te?” Lo scenario è uno di quelli in cui più capitare a tutti di incappare: Una bella ragazza con la macchina ferma sul ciglio della strada ha bisogno di aiuto per cambiare la gomma… chi si fermerà? Ma soprattutto, quanti di loro sono disposti a “testimoniare” il loro gesto?

Il video della Logica Solution e della Supergomma è un esempio di pubblicità innovativa che con un sorriso curioso ci fa pensare a quanti si son fermati per disinteressato altruismo e agli altri, forse tra chi ha notato le grazie della “sventurata fanciulla” c’era chi avrebbe potuto subire una tirata d’orecchie, fosse comparso nel video?

Noi abbiamo tratto qualche conclusione ma non vogliamo togliervi il gusto, dateci un’occhiata.

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Story – Andrea Pucci

Terni città dell’acciaio. O del silicio? La domanda è lecita, se, come è vero, sempre più aziende della Conca stanno concentrando i loro sforzi imprenditoriali verso le nuove tecnologie, il web marketing, il gaming. Ed è proprio dal gaming che inizia la storia di Andrea Pucci, titolare e guida di NetAddiction, azienda 100% Made in Terni. La sua avventura parte prima del 2000 quando con alcuni soci decide di collegare diciassette computer in rete in un piccolo locale e dare possibilità di svago ed intrattenimento ai più giovani. Passa il tempo, Andrea, che non nasconde una certa simpatia per Gordon Gekko vuole espandere il suo business. Vuole fare impresa. Nasce Netaddiction, gruppo editoriale che ad oggi conta quasi 60 milioni di pagine visitate, 1 milione di lettori aggregati su diversi social network, ottanta fra dipendenti e collaboratori ed importanti media partnership nazionali ed internazionali. Lo abbiamo intervistato per voi:

NETADDICTION È IL MOTORE DI MOLTI PROGETTI: DAL GAMING AL CINEMA, DAL LIFESTYLE ALLA TECNOLOGIA, DAL FOOD AL BEAUTY, QUAL È QUELLO A CUI SEI PIÙ AFFEZIONATO?

Sarebbe come chiedere ad un padre qual è il suo figlio preferito. Diciamo che sono tutti progetti che mi impegnano e mi danno molta soddisfazione. Negli ultimi tre anni ci siamo mossi molto per acquisizioni e diversificazioni, anche perché sviluppare delle competenze in casa non è facile. Credo fosse un percorso obbligato per espandersi.

AVANZARE PER NON RETROCEDERE?

Certo, siamo sul mercato da circa vent’anni. Nel duemila avevo realizzato un business-plan per Netaddiction che prevedeva di essere milionari in dodici mesi. Nel 2001 ci fu il primo crack di internet. Ci tremarono i polsi. Fu così che cercammo di inventare qualcosa di diverso: nacquero le altre due divisioni dell’azienda, quella del commercio elettronico e delle edizioni cartacee.

QUANDO HAI CAPITO DI AVERCELA FATTA?

Vorrei conoscere un imprenditore con la sicurezza di avercela fatta. E’ una sensazione che non ho mai provato, convivo con un senso di precarietà tipico del rischio imprenditoriale.

PARLIAMO DI TERNI, FAR NASCERE QUI NETADDICTION È STATO UN LIMITE?

La mia essenza di provinciale è emersa ogni qual volta ho pensato di andare fuori. Volevo e voglio fare qualcosa nel mio territorio. Il territorio è stato sicuramente una limitazione. Ci sono certamente anche dei pro: costi di gestione più bassi, ci possiamo permettere una sede che a Milano sarebbe stata impossibile avere, ma di contro viviamo una vita di chilometri e trasferte; nonché un turnover del personale molto lento; Terni non produce certamente grandi professionalità. In assoluto essere nella Conca da molti svantaggi.

CHE COMPETENZE DOVREBBE MATURARE UN GIOVANE CHE VOLESSE LAVORARE IN NETADDICTION?

Mi auguro sempre che i giovani abbiano un sogno. Persino sbagliato, ma un sogno. Spero che, piuttosto che lavorare per noi, i giovani ternani cerchino di dare vita ad altre aziende. Per lavorare con noi richiediamo soprattutto passione. Credo sia il prerequisito per intraprendere qualsiasi attività.

QUALE FUTURO PER TERNI?

Vedo un futuro grigio, polveroso, eppure basterebbe poco, ci sono moltissime città di provincia che sono diventate eccellenze. Purtroppo è stato coltivato per troppo tempo un orto morto. Spero nei giovani. Spero nella loro passione.

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Story – Terni Social Club

Terni SOCIAL CLUB

La nostra città a colpi di like

IL TULIPANO IMPAZZA SU FACEBOOK

IL TULIPANO DI TERNI
E’ li da anni, o da sempre. E non c’è ternano che, almeno una volta in cuor suo, abbia sperato di vederlo compiuto, con la classica inaugurazione a panino e porchetta. Si, stiamo parlando del Tulipano. Il grattacielo di Terni, quello che per un attimo ci ha fatto sognare, immaginando una Terni Newyorkese. Se il successo non è arrivato a livello architettonico sicuramente si può dire il contrario a livello virtuale. Sul web sta spopolando la pagina Facebook dedicata alla celebre struttura: diventate fan di una delle pagine satiriche più in voga del momento che non risparmia battute e freddure su Terni e sui Ternani.

A MEZZOGIORNO “SUONA” DAVVERO!

LA SIRENA DELL’ACCIAIERIA
Abitate o lavorate lontano da viale Brin? Vi siete trasferiti da Terni o vi trovate in vacanza? Se vi manca terribilmente il suono della sirena dell’acciaieria da oggi potete dormire sonni tranquilli. Facebook ci giunge in soccorso grazie alla pagina dedicata alla celebre sirena della fabbrica siderurgica più grande del centro Italia. Ogni giorno, a mezzogiorno spaccato (ve lo giuriamo, controllate voi stessi se non ci credete) viene sparato un post con un “Uuuuuuuuuuuuuuuuuuuu” identico a quello riprodotto dalla sirena. E a differenza di quello reale è ad impatto zero sull’ambiente e assolutamente insonorizzato. Lasciate un like per credere!

TERNI TRA SATIRA E CRONACA

TERNI IS REAL
Una finestra sulla città che giorno dopo giorno sta guadagnando consensi a colpi di like attraverso la condivisione di notizie, foto (di cui tante inviate dagli stessi fan della pagina) e taglienti post satirici. Un modo di comunicare sicuramente unico, soprattutto quando a finire in prima pagina sono immagini virali che vengono ricondivise e commentate. Come il cartello appeso ad un palo in via Castello, pennarello su cartone, con la scritta “In questa zona è vietato spacciare”. Difficile pensare che abbia fatto desistere dal delinquere, quanto piuttosto un modo divertente per invitare allo spaccio in quartieri più idonei. Come se spacciare fosse consentito da qualche parte.

IL”MISTER” PIU’ AMATO DEL WEB

SANDRO POCHESCI
Le sue dichiarazioni dopo il match perso dall’Italia qualificazioni mondiali, hanno fatto letteralmente il giro del web con oltre 7 milioni visualizzazioni. Stiamo parlando di lui: Sandro Pochesci, il mister più amato (e cliccato) del web. Nonostante la sua Ternana non occupi una posizione di classifica di rilievo ha fatto innamorare tantissimi supporter rossoverdi grazie ad un gioco spumeggiante e alla sua lingua tagliente. Un personaggio schietto e diretto, senza tanti peli sulla lingua. Ogni post pubblicato nella sua pagina ufficiale raccoglie centinaia di like e commenti: il suo modulo 3-3-1-3 come il 5-5-5 di Oronzo Canà? Staremo a vedere.

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