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Borghi di Birra in Jazz 2018

Un Borgo cosi… non si è mai visto!

Migliaia di persone in quattro giorni di Festival, tante aziende, locali, birrifici, professionisti della ristorazione, dell’artigianato e della formazione: sono i numeri di Borghi di Birra in Jazz, il Festival nato con l’idea di valorizzare i territori, facendo riscoprire luoghi magici e spesso poco conosciuti.
Quattro giorni intensi quelli che hanno visto protagonista il borgo di Collescipoli che per l’occasione si è vestito a festa tra ottime birre artigianali, prodotti locali e antiche ricette, cucina di qualità, artigiani, creativi e tanta musica. Il tema di questa edizione è stata infatti la musica dal vivo, in particolare il jazz, che ha riempito piazzette e chiostri di note e suoni.
Organizzato da UmbriaLab e dalla Proloco di Collescipoli, in collaborazione con Logica Solution, Chef Academy, Suite Studio, Università telematica Pegaso, Ristorante Unto, Pasticceria Il labirinto di Adriano, Roba da Malti, Urban Beerhouse, La Cruda, Mishima, Holy Food e Lenergia, Borghi di Birra è un progetto con una formula che al contempo valorizza l’imprenditoria e le eccellenze locali, vera mission dell’evento.

Dal 12 al 15 Luglio il caratteristico borgo di Collescipoli ha vissuto memorabili giornate all’insegna di ottima birra, cibo e musica jazz. Migliaia di visitatori provenienti da Terni, Rieti, Viterbo, Perugia e anche da Roma, si sono riversati tra deliziose pizzette e pittoresche viuzze in saliscendi nel centro storico del piccolo abitato in provincia di Terni.
Oltre alla birra artigianale, protagonista indiscussa e cuore pulsante del festival, è salito alla ribalta l’eclettico chef ternano Matteo Barbarossa, trascinatore e punto di riferimento per l’altissima qualità dei piatti serviti durante la cena di galà a Palazzo Catucci e presso i punti ristoro dislocati nel Chiostro Ex Monastero Santa Cecilia.
Una vera e propria festa che ha visto collaborare tante persone in modo costruttivo e con l’intento, riuscito, di valorizzare gli aspetti migliori di un territorio che riserva grandi sorprese.

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Focus – Startup

L’Ecosistema StartUp e la Sfida della Periferia

In un territorio marginale come quello ternano, ecco chi prova a intercettare capitali di rischio per lanciare soluzioni innovative

C’è chi è convinto che cambieranno il mondo, figurarsi il futuro di una città. E c’è chi, invece, le considera solo fuffa, una bolla mediatica. C’è chi giura che sono la risposta al grande problema della disoccupazione giovanile. E c’è chi, al contrario, è pronto a giurare che si tratta solo di una goccia nel mare, di un placebo per i cervelli in cerca di affermazione e di lavoro. Dici startup e subito si spaccano le tifoserie: da un lato gli entusiasti, quelli che “noi pensiamo differente e siamo affamati e folli”, dall’altro gli ipercritici, quelli che “non siamo in silicon valley, è solo roba da nerd esaltati”. Ma mettersi in curva, schierarsi con una fazione o con l’altra ha senso? Può aiutarci a comprendere un fenomeno? Può farci intravedere qual è la portata innovativa di un fenomeno che sta condizionando anche le scelte di grandi imprese e multinazionali? Per cercare di rispondere a queste domande, partendo dalla nostra città, forse è meglio affidarsi ai numeri e cercare di fare un ritratto dell’ecosistema (gli esperti chiamano così questo settore) con gli occhi e gli strumenti di analisi di un italiano.

Già, perché nel Belpaese abbiamo le nostre peculiarità e i nostri fattori condizionanti, diversi da quelli del resto del mondo, diversi da quelli della città e delle nazioni più competitive. Basti pensare che (sono dati sintetici del 2016) in Gran Bretagna i venture capital, i fondi di capitale di rischio che investono in startup, hanno movimentato in queste società circa 3,2 miliardi di Euro, in Francia e Israele 2,7 miliardi, in Germania 2, nella vicina Svizzera 0,8 miliardi e nella latina Spagna 0,6 miliardi. E l’Italia? Tra le nazioni più avanzate dell’area EMEA (Europa Middle East e Africa) fanno peggio di noi solo Austria e Portogallo, con ecosistemi così piccoli da non arrivare neppure ai 180 milioni di euro che hanno gonfiato il capitale delle startup nostrane. Insomma, un fenomeno che nel nostro Paese non decolla, nonostante nel 2014 l’allora governo Monti abbia varato una legislazione che la grancassa mediatica ha definito “innovativa” e che avrebbe dovuto mettere il turbo al settore. Al 30 giugno 2017 il numero di startup in Italia iscritte alla sezione speciale del Registro delle Imprese era pari a 7.394, in aumento di 514 unità rispetto alla fine di marzo (+7,5%). I dati aggiornati al secondo semestre 2017 mostrano un capitale sociale pari complessi vamente a 373,6 milioni di euro, in media 50.519 euro a impresa.

Per quanto riguarda la distribuzione per settori di attività, il 70,6% delle startup in Italia fornisce servizi (in particolare, prevalgono le seguenti specializzazioni: produzione software e consulenza informatica, 30,8%; attività di R&S, 13,9%; attività dei servizi d’informazione, 8,9%). Il 19,6% opera nei settori dell’industria in senso stretto: fabbricazione di macchinari (3,6%), di computer e prodotti elettronici e ottici (3,4%), di apparecchiature elettriche (2%), mentre il 4% opera nel commer cio. Che considerazioni si possono trarre? Si tratta di microimprese, sottocapitalizzate, che nonostante la portata innovativa della loro attività rappresentano una goccia nel mare magno delle circa 370mila imprese circa che ogni anno vengono aperte o cessano l’attività in Italia. E Terni? All’uscita del decreto sulle startup innovative la nostra città balzò in vetta alle classifiche di startup iscritte per numero di abitanti stilata dal Sole 24 Ore, facendo guadagnare punti al territorio nella graduatoria sulla qualità della vita. A tre anni da quel a censimento, il numero è arrivato a 28 aziende registrate alla Camera di commercio. Si tratta in prevalenza di società con capitale sociale intorno ai 10 mila euro (con qualche piccola eccezione) attive nel software e nell’energia, nell’elettronica o nell’internet of things. Pochissime di queste hanno fatto raccolta di fondi presso investitori istituzionali, pochissime si sono guadagnate l’attenzione dei contest (le gare per l’innovazione) organizzate da grandi player del settore industriale o dai programmi di accelerazione e incubazione di istituti di credito o fondi di venture capital. Eppure… Eppure ogni tanto qualcuna ce la fa. E si ricava nicchie di mercato interessanti, o riesce a far drizzare le antenne di chi investe denaro per poi cavalcare l’onda del successo della crescita di queste piccole aziende fondate da innovatori col bernoccolo di cambiare il mondo. O almeno di portare innovazioni disruptive (dirompenti) nel proprio settore di attività.

Ma quali sono i limiti del nostro territorio rispetto a questo fenomeno? Ad una prima occhiata verrebbe da dire subito la marginalità. Già perché Terni e l’Umbria, in generale, sono distanti dai grandi centri decisionali e dalle dorsali dell’innovazione, che viaggiano lungo gli assi dei grandi atenei, dei politecnici e delle sedi di banche e fondi (quindi Roma, Milano, Torino e compagnia cantante). E poi c’è il tema dell’Open Innovation, cioè il dialogo tra grandi imprese e startup per permearsi a vicenda di cultura innovativa, che non decolla. In una regione dove le grandi imprese hanno il cervello all’estero (si tratta soprattutto di multinazionali) e le piccole imprese non hanno la forza di investire in innovazione, i programmi varati dalle pubbliche amministrazioni per supportare queste dinamiche finiscono col distribuire un po’ di contributi a pioggia senza incidere in maniera decisiva sulla crescita del settore. E’ abbastanza per aprire una riflessione? Vale la pena guardare a questo ecosistema per pensare a un futuro diverso per Terni e per il suo territorio? Domande alle quali si può rispondere non cedendo alla tentazione di dividersi in tifoserie, ma analizzando il contesto e guardando a quali possono essere le soluzioni da mettere in campo per promuovere l’innovazione.

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