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Story – Gabriele Malagoli

Le foto dell’amore e l’amore per la fotografia

In questo numero, dedicato in gran parte all’amore e a San Valentino, abbiamo incontrato Gabriele Malagoli, fotografo specializzato in matrimoni.

A lui abbiamo chiesto di parlarci del suo lavoro e di raccontarci storie ed emozioni del giorno più bello di una coppia.

DOMANDA:
Come ti sei avvicinato alla professione di fotografo? E quando hai scelto in particolare i servizi per matrimoni?
RISPOSTA:
In realtà, come spesso accade, è stato tutto piuttosto casuale… ho iniziato come fotoamatore con l’avvento delle prime macchine digitali ma mai e poi mai nella vita avrei pensato di fare questo lavoro. Dopo la laurea ho avuto immediatamente l’opportunità di lavorare per un quotidiano locale come fotoreporter e da lì poi è nato il mio percorso professionale. Ho iniziato a fare servizi per matrimoni quasi fin da subito ma soltanto negli ultimi 5 o 6 anni è diventata una parte importante del mio lavoro.
D: Come definiresti il tuo stile?
R: In realtà potrei definirlo con una parola inglese che non credo abbia un corrispettivo in italiano, ovvero “moody”. Più che uno stile ho una mia “filosofia” se così si può dire: credo che gli sposi debbano godersi la loro giornata e il mio compito è quello di immortalare tutto quello che accade, cercando di raccontare attraverso il mio punto di vista le emozioni vissute.
D: Cosa ha di particolare/diverso un fotografo di matrimoni? Immagino abbia una grande responsabilità visto che immortala uno dei momenti più importanti della vita e quindi fa scatti che rimarranno per tanto tempo…
R: Vivo questo lavoro come una grande responsabilità. Per una coppia, come hai detto tu, è uno dei giorni cardine della propria vita e rivivranno quella giornata attraverso le fotografie, che è l’unica cosa che resta (oltre all’amore, chiaramente!) dopo la giornata del matrimonio. Secondo il mio punto di vista un fotografo di matrimoni deve avere una visione, un punto di vista su quello che accade durante la giornata, deve saper raccontare un avvenimento che ha tempi e ritmi ben precisi, senza interferire e senza essere protagonista.
D: Come ti prepari a un servizio fotografico?
R: Tutto quello che cerco di fare è una ricerca in merito alle location del matrimonio, proprio perché durante la giornata ci sono dei tempi ben precisi ed è giusto perdere il minor tempo possibile. Cerco sempre di valutare un eventuale “piano B” nel caso in cui piovesse, soprattutto per la parte di ritrattistica post cerimonia. Oltre a questo chiedo anche agli sposi se ci sia qualcosa in particolare che debba essere ripreso nelle immagini, così da non perdere particolari fondamentali. Per il resto, lascio che le cose accadano e mi faccio guidare dall’istinto del momento, soprattutto perché ogni matrimonio è una storia a sé.
D: In giornate concitate come quelle di una cerimonia, cosa è che attira di più il tuo occhio?
R: I dettagli meno visibili e la gestualità delle mani.
D: Quale è la cosa che ti viene chiesta più spesso dagli sposi e/o dai parenti?
R: In realtà non ci sono richieste frequenti… con internet oggi fortunatamente c’è molta più cultura visiva e le coppie che ho conosciuto e ho fotografato sapevano già orientativamente qual è il mio stile e che cosa faccio.
D: C’è qualcosa che vorresti gli sposi non ti chiedessero mai?
R: La foto con sposo in ginocchio davanti a lei in mezzo ad un campo di grano al tramonto!
D: Quali consigli daresti a una coppia che si accinge a scegliere un fotografo e di conseguenza anche uno stile?
R: Scegliete bene il vostro fotografo. Deve rispecchiare un punto di vista, deve rappresentare i vostri ricordi. Quello che dico sempre alle coppie che vengono a conoscermi è proprio questo: “fatevi un giro, guardate altri fotografi e valutate. Se tornate da me vorrà dire che siete totalmente consapevoli del mio stile ed apprezzerete molto di più il servizio finale”.
D: C’è una foto alla quale sei particolarmente affezionato, per come l’hai scattata o magari per le circostanze che ti hanno consentito uno scatto che consideri unico?
R: Si, ma non è uno scatto legato ai servizi matrimoniali. Si tratta di due ritratti che feci in studio a mio padre e mia madre. Non mi era mai capitato di fotografarli in una situazione del genere. È stato come vederli con occhi diversi, nuovi, come se la quotidianità in qualche modo me li avesse un po’ nascosti e attraverso l’obiettivo della macchina fotografica si siano rivelati con un nuovo volto. Una sensazione che ricordo ancora oggi con qualche brivido.

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Tesla Music Festival

Terni è inquinamento, mancanza di sicurezza, precariato, niente cultura, zero eventi, niente futuro e finto perbenismo. Questi sono luoghi comuni sentiti innumerevoli volte in molteplici contesti. Ma è proprio così?
Tesla Music Festival è la nostra risposta a questa domanda. E’ un evento creato da persone che vivono in questa realtà, ma che sono consapevoli che ci sono moltissime potenzialità che non vengono valorizzate, che hanno la volontà di mettersi in gioco e rispondere con soluzioni positive e propositive.

Il festival si svolge a Piediluco, dal 30 agosto al 2 settembre e si sviluppa in quattro blocchi, ciascuno con workshop tematici e attività specifiche riguardanti ambiente, tecnologia, arte e sport. Il tutto accompagnato da divertimento, buon cibo e buon bere.
In questo contenitore culturale la musica è il filo conduttore che connette tutti gli ambiti e sarà presente con innumerevoli concerti, per tutti e quattro i giorni in maniera trasversale come linguaggio diverso che veicola concetti comuni: Reggae, rap, swing, techno, musica etnica e pop con la partecipazione di band locali e internazionali.
Nella sezione ambiente si seguono tre filoni: uno è quello che vuole risvegliare la coscienza delle realtà operanti sul territorio, proponendo un progetto che porti ad una presa di responsabilità e arrivando a soluzioni che sappiano conciliare economia, ecosostenibilità benessere e salute.

L’altro si rivolge alla cittadinanza mostrando l’esistenza di soluzioni alternative ed ecosostenibili che permettano risparmio, compatibilità ambientale e vivere sostenibile.
Il terzo vuole sottolineare l’inaudita bellezza naturale, turistica e culturale del territorio che ci circonda, valorizzandolo, vivendolo ed esaltandone le potenzialità.
Tutto questo si svolgerà tramite laboratori, presentazione di prodotti e attività: bisogna essere cittadini attivi e consapevoli per cambiare e migliorare lo stato delle cose.

Nella sezione sport è stato creato un circuito che lega attività outdoor e sport estremi che caratterizzano l’offerta del nostro territorio. In questo blocco emerge in maniera particolare uno dei temi fondanti del festival che è trasversale: integrazione ed accessibilità. Tutte le attività infatti saranno rese fruibili anche a persone con disabilità o con l’aiuto di istruttori specializzati o con l’uso di tecnologie specifiche come la realtà aumentata. Saranno disponibili pacchetti che permettono l’accesso a circuiti sportivi appositamente strutturati a prezzi agevolati.

Nella sezione tecnologia si darà spazio alla presentazione di nuove idee e progetti; inoltre verranno utilizzati strumenti che permettano a tutti di fruire a 360° combattendo l’handicap creato da ambienti non facilitanti.
La sezione cultura si compone di spettacoli teatrali e performance con l’obiettivo di abbattere stereotipi culturali e di favorire conoscenza, consapevolezza e apertura verso l’altro.

Il festival nasce dall’idea dei membri del collettivo che si sono ispirati alla visione di Nikola Tesla, che con il suo lavoro voleva raggiungere anche obiettivi quali l’eliminazione delle distanze, la migliore convivenza e una migliore comprensione veicolata da relazioni più strette.
Il collettivo collabora attivamente con oltre 30 associazioni di volontariato del territorio che mettono a disposizione contenuti, attività e capitale umano.
Tesla è la comunicazione che si trasforma e si trasmette come l’energia a prescindere dalle capacità di percezione. Tesla è un’energia fatta di informazione, è comunicazione che si espande e favorisce conoscenza, è la condivisione.

Per noi Terni non è un luogo comune… e per te?

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Joint Espresso

D: Com’è nata la vostra Start Up?

R: Joint Espresso nasce in maniera completamente differente rispetto alla maggior parte delle aziende italiane, e non è per mancanza di modestia ma solo per un dato oggettivo.
Questo progetto si basa sui dati numerici e sul marketing, quello che non parla unicamente di brand, ma parla di potenzialità e test di mercato, e tutti è stato convogliato in un business plan redatto in maniera certosina.
Joint Espresso è figlia delle nostre professionalità, in ambito marketing, business, produttivo (della canapa) ed economico.
La canapa è stato un business core tutto italiano fino ai primi del 900, eravamo la prima nazione al mondo con l’85% della produzione totale.
Questa fantastica pianta era già concepita come una opportunità straordinaria, il tempo ci ha portato a dimenticare le sue peculiarità trasversali, e il “caso” l’ha riportata alla ribalta.
Alcuni di noi lavorano in questo ambito da anni (produzione e studio) mentre altri si sono trovati a dare consulenze di branding e marketing per alcune aziende, altri supporto tecnologico e web, il match è stato quasi obbligatorio.
Anche per questo ci reputiamo una startup molto differente rispetto alle altre, poiché cerchiamo di seguire il Time To Market, e quindi essere pronti alle necessità del mercato nello stesso momento che il mercato le recepisce e le ricerca.

D: Cosa vuol dire Joint Espresso?

R:  Il nome è pregno della nostra voglia di immaginare e sognare.
Va fatto – obbligatoriamente – un piccolo preambolo.
Penso che tutti siano consapevoli del fatto che il fiore della canapa è stato usato in maniera ludica da sempre, vero? Bene.
Sappiamo tutti, allo stesso modo, che in italia l’uso di tale fiore (con presenza superiore allo 0,2% di THC – ndr) è illegale, poiché viene considerato droga.

Il valore di THC all’interno della canapa ne sancisce la legalità, ma non ne sancisce ancora l’uso in maniera esaustiva.Con l’entrata in vigore della legge 242/16 sulla Canapa Sativa L, i produttori e le aziende collegate alla commercializzazione di questi prodotti hanno iniziato a percepire la possibilità di un nuovo mercato, rimanendo però sul filo del rasoio per la comunicazione.

Per esempio, il fiore può essere venduto unicamente per “uso tecnico” o “per collezionismo”, questo vuol dire che le aziende si cercano di tutelare inserendo dei disclaimer in cui si dice all’utente finale che il fiore non ha uso combustivo e/o alimentare.

Pochissimi per esempio spiegano o sanno spiegare le peculiarità del CBD (Cannabidiolo – Metabolita della Cannabis Sativa – ndr) che ha effetti rilassanti, anticonvulsivanti, antidistonici, antiossidanti, antinfiammatori, favorisce il sonno ed è distensivo contro ansia e panico. Quindi l’acquirente dovrebbe tenerlo lì, su una mensola, oppure usarlo – come si faceva una volta in Svizzera – per profumare gli abiti.

Detto ciò, il termine “joint” è usato colloquialmente per rappresentare la parola “canna” / “spinello”.
Abbiamo deciso di usarlo nella sua accezione francese in cui vuol dire “connessione”.
Perché vogliamo connettere la canapa a qualcosa?
Semplicemente perché le peculiarità di questa pianta sono infinite e la prima connessione che abbiamo voluto creare è quella con un’altro simbolo del nostro paese, l’Espresso.
Da quì nasce Joint Espresso, che è votata ad essere un’azienda sincera nella comunicazione e sincera nel perseguire la finalità d’impresa e di rivalutazione del territorio.

D: Cosa vuol dire Green[d] The Happiness?

R: E’ un gioco di parole, siamo appassionati di semantica, significati e suoni. Cerchiamo di unire assonanze del mercato “vecchio” cercando di virare il timone della comunicazione associando e perseguendo nuovi significati.

In questo calderone di significati e assonanze abbiamo voluto tirare dentro la parola inglese Green (verde) che è il colore per eccellenza della Canapa con una nota fonetica che viene aggiunta dalla D finale, letto così – ai più – suonerà come Grind, altra parola inglese che vuol dire Macinare.
 Tramite la “macinatura” della Canapa vogliamo fonderla con tutti i prodotti possibili, per poter poter aggiungere le proprietà benefiche di questo prodotto in tutti gli ambiti.
Chiaramente la macinatura si riferisce anche al caffè, all’olio, e poi arriverà il cioccolato, le creme… e poi non vi diciamo altro, perché ci stiamo lavorando sopra. Vorremmo che prima o poi gli italiani, scendessero dal carro della ritrosia per abbracciare la scienza, un nuovo modo di fare azienda, e per perseguire l’opportunità di unire il business all’ecosostenibilità, poiché solo tramite queste innovazioni antiche possiamo macinare strada e arrivare alla felicità e serenità che tutti noi dovremmo perseguire.

D: Come pensate che si svilupperà il business della Canapa in Italia?

R:  Purtroppo a questa domanda è difficile rispondere, ci sono dei temi etici da affrontare, dei temi politici ma soprattutto dei temi sociali e ed economici.
Questa è un’opportunità splendida per tutta l’Italia, proprio in questo momento mentre rispondiamo alle vostre domande, in Francia ci sono 2 isolati di fila per uno dei primi Hemp Shop Light aperti a Parigi.
In Germania è boom, un completo boom di vendite.

Noi vorremmo che i nostri connazionali iniziassero a pensare fuori dagli schemi, a pensare fuori dai luoghi comuni e che lo stato desse forza a queste opportunità.
Cerchiamo di perseguire anche la coerenza. Come può l’Italia, un paese in cui c’è monopolio di stato su alcool e tabacchi reprimere la possibilità di uso della Canapa?Stanno attendendo di normare questi ambiti per apporre delle accise?E se sì, non basterebbe solo dichiararlo invece che fare questo terrorismo di informazione?
Lo so che questi discorsi sono anacronistici, però se smettiamo di porci le giuste domande, iniziamo ad essere ebeti pecore che non ragionano, ma perseguono solo ciò che altri indicano, senza alcuna riflessione.
Nonostante queste nostre convinzioni, supportiamo e rispettiamo la legge al 100%, facendo delle lotte culturali per il miglioramento delle opportunità di business e vita.
Per anni, declinata sotto nomi differenti, la canapa è stata vista SOLO e UNICAMENTE come droga.
Vi voglio porre una domanda, per quale motivo in Olanda, paese progressista e avanguardista per antonomasia, stanno vendendo tantissima Canapa Sativa con basso contenuto di THC? Io provo a darvi la mia di risposta, che condivisibile o meno è un punto di vista personale.

La Canapa è un prodotto della natura, che se coltivato fuori dagli schemi industriali può e deve essere applicato a tutti gli ambiti della vita, è la società poi che associa a questi ambiti un valore positivo e negativo. Spesso questo valore si rafforza tramite l’ignoranza, e ignorare vuol dire non conoscere.
Per far conoscere le proprietà della Canapa c’è la scienza, che noi interrogheremo e i cui risultati saranno divulgati da noi in maniera precisa e lineare. Nel nostro ragionamento quindi c’è la visione di una Canapa consapevole e inserita in tutti gli ambiti della vita che possano creare vero beneficio.

D: Che ricaduta può avere il vostro progetto sulla nostra Città?

R: Un valore altissimo! attualmente la nostra azienda Partner Hesalis sta coltivando nel territorio Umbro, allo stesso tempo continuano a dialogare con i coltivatori spiegando le possibilità di business legate alla Canapa. Molti in questo anno hanno creduto alle loro competenze, ed è per questo che Emilio rappresenta come socio in Joint Espresso tutte quelle competenze sul prodotto che ci servono.
Nella nostra volontà c’è quella di crescere, creare occupazione, e renderla stabile.

Siamo giovani e forti di averne viste di tutti i tipi finora, noi apparteniamo alla generazione di quelli definiti “bamboccioni”, di quelli che “vieni a collaborare da noi gratis, ti farà curriculum”, di quelli che in banca “non c’è credito per voi”, e di quelli che negli occhi hanno ancora stampata la parola “startup” come se in italia si finanzino le idee.
In realtà l’Italia è tutta un’altra roba, e anche se non ci va bene, questa è casa nostra e abbiamo deciso di lottare per valorizzarla.
Non vogliamo lottare in maniera campanilista, vogliamo propagare la visibilità delle nostre peculiarità e aggredire il mercato internazionale.

Mentre creiamo giorno dopo giorno il nostro progetto lo divulghiamo in rete, e abbiamo già iniziato a dire tramite i Social: “Hey noi facciamo questo e siamo quì, vienici a trovare! Acquista i nostri prodotti!”.
Il nostro mercato vuole essere globale, e speriamo nel breve-medio tempo di poter far uscire le prime richieste di posizioni lavorative.

D: A questo punto, dove vi possiamo trovare?

R: Joint Espresso è su Facebook e Instagram, abbiamo il nostro sito con e-commerce raggiungibile all’indirizzo www.jointespresso.com, in cui troverete anche degli articoli di approfondimento! Inoltre cercheremo di essere presenti a ogni manifestazione territoriale possibile, sicuramente saremo presenti a Borghi di Birra nel mese di Luglio, poi al Tesla Festival a Piediluco nel mese di Agosto.
Comunque per ricevere costanti aggiornamenti, basta un like alla nostra pagina e tutto diventa più semplice!

 

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Intervista a Fabio Rosati

La musica tramite le nostre orecchie e i libri tramite i nostri occhi, due forme differenti per esprimere emozioni, pensieri, raccontare storie, parlando alla nostra mente e al nostro cuore.
Al punto che a volte questo legame, questo connubio è così solido da presentarsi indissolubile in alcune opere. La casa editrice Neomediaitalia apprezza e quindi pubblica così, l’opera di esordio di Fabio Rosati, originario di San Giovanni Valdarno ma oramai ternano acquisito sin dall’adolescenza. Edito nel 2017, introdotto da un evento di presentazione a cui seguiranno anche delle interviste come quelle con Radio Galileo e Radio Incontro, “Eran solo canzonette” è una raccolta di 24 racconti brevi ispirati dai successi dei più famosi cantautori italiani delle decadi tra gli anni ’70 e ’90.

Abbiamo incontrato Fabio per una piacevole chiacchierata, alla scoperta del libro e del suo autore.

D: Come nasce il Fabio Rosati scrittore?

R: Innanzitutto non mi considero uno scrittore, ma semplicemente una persona che ha provato a tradurre in parole le proprie idee e le proprie emozioni. Non avrei mai creduto, un giorno, di poter vedere una mia opera nella vetrina di una libreria o in vendita online. E’ stata una grandissima soddisfazione e per questo ringrazio le Edizioni Neomediaitalia che hanno creduto in me e mi hanno dato fiducia, pubblicando il mio libro.

D: Come nasce l’idea di “Eran solo canzonette”?

R: Volendo parafrasare Dante Alighieri, potrei dire “Galeotto fu il disco e chi lo incise”! Da tempo avevo voglia di cimentarmi nella scrittura, ma non avevo le idee sufficientemente chiare su dove andare a parare. L’ispirazione arrivò da alcuni CD di musica italiana che avevo sulla mia scrivania. L’idea fu quella di provare a sviluppare una storia partendo dalla trama di una canzone o semplicemente dal suo titolo. Una volta scritto il primo racconto mi resi conto che la cosa poteva funzionare e fu così che nacque “Eran solo canzonette”.

D: C’è qualcuno in particolare che ha rivestito un ruolo importante per te nella stesura del libro?

R: Più che qualcuno direi l’amore per la musica in generale e, in particolare, quella dei grandi cantautori italiani.

D: In che modo la musica ha influenzato la tua vita e il tuo modo di scrivere?

R: La musica influenza la vita di tutti. Ognuno di noi ha le proprie canzoni del cuore legate a dei momenti particolari, a un ricordo, a una situazione. Nella mia vita c’è sempre stato uno spazio importante per la musica, sin da quando, da piccolo, mia madre mi comprava i 45 giri che consumavo a forza di sentire, e questo libro ne è la conferma.

D: Ogni racconto del tuo libro è ispirato dunque ad una canzone, come hai scelto gli autori e i brani?

R: E’ stata principalmente una scelta dettata dal cuore. Si tratta di autori che ho amato e che hanno costituito la colonna sonora della mia vita: Venditti, De Gregori, Battisti, Baglioni, Battiato, Zucchero, Pino Daniele. Per alcune canzoni, poi, come “Albachiara”, “Generale”, “Una donna per amico” o “Napule è” nutro una vera e propria venerazione.

D: Tra i vari racconti, ce n’è uno in particolare che ti sta a cuore (e se si, perché)?

R: E’ sempre difficile rispondere a una domanda del genere. Pur non trattandosi di storie autobiografiche, in ognuna di esse ci sono, inevitabilmente, degli elementi personali: ricordi, sensazioni, esperienze vissute, persone conosciute nella propria vita. Forse, tra i ventiquattro racconti che compongono il libro, quello che contiene il maggior numero di tali elementi è “Quattro amici al bar” che ho voluto ambientare a Chianciano Terme, il paese in cui ho trascorso la mia infanzia.

D: Mentre scrivevi “Eran solo canzonette”, lo hai pensato dedicato a qualche lettore in particolare?

R: Il libro è dedicato a mio padre che, purtroppo, non ha fatto in tempo a leggerlo. Sono sicuro che lo avrebbe apprezzato e che sarebbe stato felice per me. Immaginare un proprio scritto tra le mani di persone che magari neanche conosci fa, sicuramente, un certo effetto. Mi auguro che questo libro possa essere letto da chiunque ami la musica, che è la vera protagonista di tutti i miei racconti. Allo stesso tempo questi sono ambientati in diverse città italiane, raccontandone sullo sfondo la storia di quegli anni e mi piacerebbe che anche i lettori più giovani possano trovare spunto nel mio libro per conoscere e approfondire la musica italiana di quell’epoca.

D: Cosa c’è adesso in cantiere nella penna di Fabio Rosati?

R: Sto cercando di mettermi alla prova in un genere narrativo per me nuovo, quello del romanzo, che presenta molte differenze rispetto al racconto. E’ una sfida difficile, che spero di riuscire a vincere. Diciamo che sono quasi a metà dell’opera. Per il momento, però, non posso dire di più.

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Rolando Cafè

Luci soffuse e lunghe mensole piene, vetrate scintillanti e pareti vivaci, tavoli che ne han viste tante e sedie che altrettante potrebbero raccontarne, fino a sua maestà il bancone. Un locale è fatto anche di questi e molti altri oggetti, dai più moderni ai più familiari, dalle fondamenta ai dettagli più minuziosi, dalle bottiglie alle spine. Ma un locale è fatto soprattutto di qualcos’altro, qualcosa di molteplice, mutevole, qualcosa che cresce, sperimenta, vive: le persone. L’essenza e la forma più vera di un locale, è ciò che lo rende vivo, le persone che ci lavorano, che mettono a disposizione il proprio entusiasmo, sudore, dedizione… e le persone che lo frequentano, che gli danno voce e colore, che trascorrono qualche minuto o serate intere e con la loro presenza lasciano qualcosa di loro. Ed è bello da condividere, festeggiando tutti insieme o sorseggiando per i fatti propri, non importa, l’importante è esserci, perché un luogo di frequentazione diventa in qualche modo un posto del cuore, una seconda casa e un pezzo della città di cui fa parte. Simone e Matteo, con tutti i ragazzi dello staff, portano avanti un locale che è simbolo di movida e gioventù, ma che è anche una tradizione storica della nostra città, un nome che non ha bisogno di presentazioni: Rolando. E quando è nata l’idea di fare un video del bar Rolando, c’era una sola possibile opzione: farlo con tutta la sua gente.

Così i ragazzi di Rolando hanno voluto coinvolgere i clienti per realizzare un video rappresentativo fatto con chi questo locale lo frequenta e lo vive. In tre serate di festa e divertimento, avventori e clienti abituali si sono sbizzarriti, e tra aspiranti attori e goliardi di professione, ognuno ha dato sfogo alla propria creatività. C’è chi ha omaggiato il locale, chi ha festeggiato, chi ha tifato. Ci sono stati balli e canti, tra sketch, battute, e numeri di magia; e non sono mancate anche le menzioni per alcuni tra i drink classici più amati come l’intramontabile “Persichetto”. Ognuno ha messo un pò del suo per disegnare e raccontare questo allegro mosaico che è Rolando, pieno di colori e sfaccettature, un insieme di volti, musica e parole. E adesso? Adesso non resta che scegliere! Perché sempre alla gente, spetta il gusto e l’onere di selezionare gli attori in erba che reciteranno nel video finale. Non vi resta che dirigervi sulla pagina Facebook di Rolando per trovare tutte le riprese di queste pazzesche serate di casting, e votare quelli che vi han più intrigato, sorpreso, o fatto più ridere, per vederli nel video definitivo. Nel frattempo, vi aspettiamo da Rolando, un altro drink grazie!

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Borghi di Birra in Jazz 2018

Un Borgo cosi… non si è mai visto!

Migliaia di persone in quattro giorni di Festival, tante aziende, locali, birrifici, professionisti della ristorazione, dell’artigianato e della formazione: sono i numeri di Borghi di Birra in Jazz, il Festival nato con l’idea di valorizzare i territori, facendo riscoprire luoghi magici e spesso poco conosciuti.
Quattro giorni intensi quelli che hanno visto protagonista il borgo di Collescipoli che per l’occasione si è vestito a festa tra ottime birre artigianali, prodotti locali e antiche ricette, cucina di qualità, artigiani, creativi e tanta musica. Il tema di questa edizione è stata infatti la musica dal vivo, in particolare il jazz, che ha riempito piazzette e chiostri di note e suoni.
Organizzato da UmbriaLab e dalla Proloco di Collescipoli, in collaborazione con Logica Solution, Chef Academy, Suite Studio, Università telematica Pegaso, Ristorante Unto, Pasticceria Il labirinto di Adriano, Roba da Malti, Urban Beerhouse, La Cruda, Mishima, Holy Food e Lenergia, Borghi di Birra è un progetto con una formula che al contempo valorizza l’imprenditoria e le eccellenze locali, vera mission dell’evento.

Dal 12 al 15 Luglio il caratteristico borgo di Collescipoli ha vissuto memorabili giornate all’insegna di ottima birra, cibo e musica jazz. Migliaia di visitatori provenienti da Terni, Rieti, Viterbo, Perugia e anche da Roma, si sono riversati tra deliziose pizzette e pittoresche viuzze in saliscendi nel centro storico del piccolo abitato in provincia di Terni.
Oltre alla birra artigianale, protagonista indiscussa e cuore pulsante del festival, è salito alla ribalta l’eclettico chef ternano Matteo Barbarossa, trascinatore e punto di riferimento per l’altissima qualità dei piatti serviti durante la cena di galà a Palazzo Catucci e presso i punti ristoro dislocati nel Chiostro Ex Monastero Santa Cecilia.
Una vera e propria festa che ha visto collaborare tante persone in modo costruttivo e con l’intento, riuscito, di valorizzare gli aspetti migliori di un territorio che riserva grandi sorprese.

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Umbria Jazz 45: grande successo per un’edizione memorabile

Memorabile: è questo l’aggettivo più adatto all’edizione di Umbria Jazz appena conclusasi.
La numero 45.
Quarantacinque anni di musica di livello altissimo, di avanguardia, di grandi spettacoli, di nomi memorabili e concerti che hanno segnato la storia della musica e della nostra regione.
La manifestazione che nacque in Umbria (a Terni si tenne il primissimo concerto) agli albori degli anni ’70, ha condotto qui i più grandi – e non per dire – musicisti del mondo; prima le star del jazz per arrivare poi alle star internazionali di rock blues, pop e molto altro. E quella di quest’anno, per quantità e livello di nomi, è stata una delle più interessanti.
I numeri di questa edizione parlano chiaro a tal proposito: ben oltre un milione di euro di incassi, 35.000 spettatori paganti, per 10 giorni (da mattina a notte) che hanno visto avvicendarsi nelle varie location 500 artisti.

La kermesse si è aperta con la serata evento in omaggio agli 85 anni di Quincy Jones, il signore della musica, uno dei più grandi produttori mai esistiti (sapere che ha prodotto Thriller di Michael Jackson basterebbe), festeggiato per l’occasione da star – amici o sue scoperte – del calibro di Dee Dee Bridgewater, Noa, Patti Austin, Take6, Alfredo Rodriguez e Paolo Fresu, solo per citarne alcuni…
Il programma ha poi proposto le sonorità latine di nomi storici come Caetano Veloso e Gilberto Gil, la grandiosità di Pat Metheny e la bravura di musicisti di casa nostra, ma dal respiro internazionale, come Stefano Bollani.
Serate di grande successo, come quella in cui si sono esibiti i Massive Attack in uno spettacolo coinvolgente, di impronta fortemente politica e di impatto visivo e sonoro, che ha vinto anche sul temporale…
E di grande magia. Come quella offerta dal grandioso spettacolo di David Byrne, personaggio unico che ha regalato uno spettacolo emozionante, sorprendente e coinvolgente.

Ampio spazio anche al jazz più propriamente inteso, con star affermate e artisti di livello: da Paolo Fresu a Gianluca Petrella da Stefano Battaglia a Claudio jr De Rosa, dai virtuosi della chitarra Yamandu Costa e Guto Wirtti a Kurt Elling a Daniele Di Bonaventura, da Antonello Salis a Danilo Rea.
Senza dimenticare lo spazio riservato ai giovani talenti che come a ogni edizione, hanno stupito e conquistato il pubblico di Umbria Jazz.
Un susseguirsi di concerti ed emozioni in location sempre belle e da scoprire, tra teatri, locali e palchi dislocati nei vari punti della città che per l’occasione diventa un unico grande tempio della musica e delle sonorità.
Insomma, un’edizione da archiviare tra i successi maggiori di sempre di un Festival che cresce e si evolve anche dopo così tanto tempo e che da due anni è tornato a coinvolgere anche Terni (dove Umbria Jazz era nato nel lontano 1973) in primavera, oltre alla ormai già storica edizione natalizia di Orvieto.

David Byrne, avanguardia e spettacolo

“Hey security, let them dance!”

È così che David Byrne, dopo un paio di brani, ha interrotto la sua esibizione richiamando i tantissimi del pubblico a riversarsi al centro della platea e un fiume di persone si è alzato in piedi e ha raggiunto il palco, subendo il fascino di uno spettacolo davvero unico e memorabile.
Da quel momento la magia è esplosa sul palco e la personalità unica e rivestita di un’aura “magica”, tanto inspiegabile a parole quanto percepibile alla sua presenza, ha investito l’arena.
Un vero e proprio show, il cui interesse è andato sicuramente oltre quello per la musica e le note. Una performance unica, dove i musicisti – visibilmente coinvolti e divertiti per primi – hanno dato vita a uno spettacolo a tutto tondo, nel corso del quale le coreografie, i movimenti e l’interazione tra loro e con il pubblico hanno creato un evento speciale, di quelli che non si dimenticano.

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Bar La Fenice

Fabio è sempre di corsa, tra una consegna e l’altra rimbalza da una parte all’altra del centro di Terni come una scheggia. Certo ha tante pause a disposizione, ma durano il tempo di un caffè e uno sguardo al giornale, poi si riparte.
Leonardo è fisso su quella sedia da ore come tutti i giorni, il computer da solo non sa far nulla e c’è tanto da pensare e da fare, non vede l’ora che arrivino le 19 per alzarsi e staccare, li fuori con qualcuno ai tavoli all’aperto, rigorosamente in piedi, frizzante come l’aperitivo che non deve mancare.

Durante la giornata di lavoro, a Francesco il tempo per una chiacchiera invece non manca, c’è sempre qualcosa di cui parlare per curare gli interessi dei suoi clienti, un problema da risolvere, un’idea da raccontare. L’importante è ogni tanto, quand’è sera, staccare e rilassarsi, degustare un bicchiere di vino con l’appropriato accompagnamento di cibo, sempre la bocca ma non per le parole.
Di Matteo e Cristina non saprei che dire, lui non si vede mai prima delle 20, fare il pendolare non è facile, neanche per chi gli sta accanto come Cristina, solo lei sa come riesce a portar avanti il suo lavoro e ad occuparsi delle loro tre gioie, cinque sette e dieci anni per l’esattezza. Cucinare a cena non può rientrare nei programmi, ma la pizza tutti insieme, finalmente ad un unico tavolo è il raduno perfetto.

A farci trovare tutti insieme per la prima volta ma come fossimo amici di lunga data, sono state le cose in comune: l’amore per lo sport, e un luogo, un punto di riferimento. Così ora alle gare di MotoGp o quando c’è la partita di calcio, ci vediamo tutti lì, al Bar La Fenice.
Perché alla Fenice ci sentiamo a casa, ognuno per i suoi motivi.
C’è sempre Rocco ad accoglierci. La sua gestione ci ha conquistati tutti, con la professionalità e la passione, e la capacità di fare della Fenice un bar che ormai è tradizione da anni, ma che si rinnova e sa coniugare tanti aspetti diversi. Dalle prime luci della mattina con la colazione, al pranzo. Dal ricco buffet dell’aperitivo alle cene, con le degustazioni della sua ottima selezione di vini, sia locali che non, e gli appetitosi accostamenti. E adesso anche la pizza!! impastata e stesa a mano, con lunga lievitazione naturale, farine di prima scelta, cotta al momento e pronta per la consegna, per l’asporto.
O per mangiarla lì, ai tavoli all’aperto o davanti alla tv, come noi; prendetene un pezzo, fatevi portare un calice da Rocco, e io dico che alla prossima sarete di nuovo dei nostri anche voi.

Ci vediamo alla Fenice… l’ultimo paga da bere!!

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Amori estivi nell’aria!

Due chiacchiere con una Psicologa Ternana

Per molti animali, l’inizio della bella stagione e dei primi caldi, è correlato al periodo dell’accoppiamento.
Le femmine hanno il periodo dell’estro, vanno cioè “in calore” per una motivazione specifica, ovvero poiché in tal modo partoriranno in un periodo dell’anno in cui le condizioni climatiche e la disponibilità di cibo saranno adatte per i primi periodi di vita del cucciolo.
Per molte specie l’aria che si scalda è piena di “amore”, portando infatti con sé il richiamo ormonale delle femmine durante il picco di estrogeni.
E per noi esseri umani? E’ vero che in estate siamo più recettivi e disponibili?
La nostra specie per motivi evolutivi non è più influenzata dal clima per la procreazione e dunque la nostra “aria d’estate” è esattamente come l’aria di Natale, ad esempio.
In realtà, dunque, gli amori estivi sono maggiormente associati ad uno stato di rilassamento maggiore, più tempo libero a disposizione e ad una rottura delle routine che sveglia dal torpore invernale.
Eppure qualche eco degli istinti dei nostri antenati è ancora presente ai giorni d’oggi.
I feromoni, infatti, hanno ancora in piccola parte un ruolo sul comportamento sessuale e riproduttivo umano.
Le parole greche
ferein, trasportare, e hormon, eccitare, stanno a rappresentare composti chimici secreti all’esterno dell’organismo, recepiti da altri della stessa specie, che innescano effetti neuroendocrini e comportamenti innati.
Forse risiede anche in questo, quella parte dell’attrazione che viene chiamata “chimica”?
Quando siamo attratti dall’altro non siamo forse particolarmente “accesi” anche dal suo naturale odore?
Tuttavia questo dato rimane una goccia nel mare dell’attrazione tra esseri umani.
Gli odori si fondono con le motivazioni razionali, con l’estetica, la progettualità comune e con l’altro insieme di improvvise ed imprevedibili esperienze che definiscono l’innamoramento.
Non dimentichiamoci, poi, delle calde emozioni memorizzate, derivanti dai momenti passati in cui i nostri caregiver si sono per primi presi cura di noi.
La scelta di un individuo piuttosto che un altro non sembrerebbe dunque totalmente libera e volontaria, ma suggerita anche da una varietà di ricordi ancestrali.

Ora capite perché dire: “No, basta, io non voglio più legarmi, non voglio più innamorarmi”, non funzionerà? L’unico modo per rendere reale quella frase potrebbe essere il limitare le uscite dalle mura domestiche ( in qualsiasi stagione) ma, nell’epoca dei social media, temo che nemmeno quella potrebbe essere una soluzione sicura.

Susanna Spaccatini
Psicologa Clinica, Pagina facebook: “ Una psicologa tra i piedi”
mail: susannaspaccatini@gmail.com

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Mini Rugby: sport, gruppo e divertimento

L’iniziativa del “Mini Rugby” sta riscuotendo grande successo, sempre di più i piccoli che desiderano godere di questa possibilità, sempre di più i genitori che decidono di avvicinare i propri figli a questo mondo per tutti i benefici che apporta alla loro crescita.

A seguire i bambini ci sono numerosi coach, giovani ed esperti, sia nel campo della palla ovale che nel gestire i piccoli e relazionarsi con loro; abbiamo fatto una chiacchierata con una dei coach, Ginevra Cimino, per saperne un pò di più:

Domanda: come ti sei avvicinata al mondo della palla ovale?

Risposta: Inizialmente tramite il classico “passaparola”; ho deciso di provare, e ho trovato un ambiente accogliente ed accessibile, aperto alle persone. Inoltre a differenza di altri sport non è necessario iniziare da piccoli per raggiungere traguardi e ottenere soddisfazioni, e integrarsi nello spirito del gruppo è stato facile.

D: Da quanto tempo segui la tua passione per il rugby?

R: Sono otto anni, e la mia passione è solo aumentata. C’è sempre qualcosa da imparare per aiutare la squadra in maniere diverse. Poi da cinque anni insegno ai bambini, e questo mi ha dato una marcia in più per proseguire questo percorso!

D: Cosa ti ha spinto ad insegnare ai bambini?

R: Ho sempre amato passare il tempo con i bambini, adoro gli occhi con cui guardano il mondo e relazionarmi con loro è sempre stato appagante. Inoltre trovo sia bello poter trasmettere qualcosa, come guidare i bambini a quello che è il vero valore dello sport, e mi regala tante soddisfazioni.

D: Il rugby è uno sport di contatto, non è pericoloso per i più piccoli?

R: Pur essendo uno sport di contatto, la possibilità d’infortuni in realtà è più bassa rispetto anche a sport più largamente diffusi come il calcio e la pallavolo. Il rugby irrobustisce e sviluppa il corpo, insegna a muoverne ogni singola parte e ad averne consapevolezza; i bambini sono seguiti da preparatori atletici specifici per ogni categoria d’età, e imparano come cadere e come non farsi male.

D: Cosa dà il rugby ad un bambino, quali sono i benefici per la loro crescita?

R: Innanzitutto la possibilità di muoversi, fondamentale per il benessere psico-fisico.

E’ uno sport in cui lo spirito di squadra e la disciplina sono egualmente importanti, insegna a relazionarsi sia con i compagni che con l’autorità.

Inoltre, al di là delle apparenze, è uno sport che alla componente fisica aggiunge una grande componente mentale, si basa tantissimo sulla volontà. Per questo è molto meno selettivo di altri, le caratteristiche fisiche non sono una discriminante, insegna ai bambini ad essere volitivi, e ad orientare la propria competitività su se stessi per aiutare la squadra, piuttosto che a riversarla sugli altri.

D: Come funzionano i corsi?

R: Con i piccoli svolgiamo tre allenamenti a settimana di circa un’ora e mezza. Non si tratta solo di allenamento specifico, una parte è destinata alla riattivazione muscolare ed alla preparazione atletica. L’obiettivo è comunque farli star bene e farli divertire, e quindi anche la preparazione atletica è strutturata in modo da risultare una componente ludica.

Oltre agli allenamenti poi ci sono concentramenti e tornei, occasioni in cui si riuniscono molte squadre provenienti da regioni differenti; i bambini hanno la possibilità di mettere a frutto il lavoro svolto sul campo. Spesso le squadre vengono incrociate tra loro, e questo è stato sempre un grande successo per la facilità con cui i piccoli si sono integrati.

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