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Focus – Startup

L’Ecosistema StartUp e la Sfida della Periferia

In un territorio marginale come quello ternano, ecco chi prova a intercettare capitali di rischio per lanciare soluzioni innovative

C’è chi è convinto che cambieranno il mondo, figurarsi il futuro di una città. E c’è chi, invece, le considera solo fuffa, una bolla mediatica. C’è chi giura che sono la risposta al grande problema della disoccupazione giovanile. E c’è chi, al contrario, è pronto a giurare che si tratta solo di una goccia nel mare, di un placebo per i cervelli in cerca di affermazione e di lavoro. Dici startup e subito si spaccano le tifoserie: da un lato gli entusiasti, quelli che “noi pensiamo differente e siamo affamati e folli”, dall’altro gli ipercritici, quelli che “non siamo in silicon valley, è solo roba da nerd esaltati”. Ma mettersi in curva, schierarsi con una fazione o con l’altra ha senso? Può aiutarci a comprendere un fenomeno? Può farci intravedere qual è la portata innovativa di un fenomeno che sta condizionando anche le scelte di grandi imprese e multinazionali? Per cercare di rispondere a queste domande, partendo dalla nostra città, forse è meglio affidarsi ai numeri e cercare di fare un ritratto dell’ecosistema (gli esperti chiamano così questo settore) con gli occhi e gli strumenti di analisi di un italiano.

Già, perché nel Belpaese abbiamo le nostre peculiarità e i nostri fattori condizionanti, diversi da quelli del resto del mondo, diversi da quelli della città e delle nazioni più competitive. Basti pensare che (sono dati sintetici del 2016) in Gran Bretagna i venture capital, i fondi di capitale di rischio che investono in startup, hanno movimentato in queste società circa 3,2 miliardi di Euro, in Francia e Israele 2,7 miliardi, in Germania 2, nella vicina Svizzera 0,8 miliardi e nella latina Spagna 0,6 miliardi. E l’Italia? Tra le nazioni più avanzate dell’area EMEA (Europa Middle East e Africa) fanno peggio di noi solo Austria e Portogallo, con ecosistemi così piccoli da non arrivare neppure ai 180 milioni di euro che hanno gonfiato il capitale delle startup nostrane. Insomma, un fenomeno che nel nostro Paese non decolla, nonostante nel 2014 l’allora governo Monti abbia varato una legislazione che la grancassa mediatica ha definito “innovativa” e che avrebbe dovuto mettere il turbo al settore. Al 30 giugno 2017 il numero di startup in Italia iscritte alla sezione speciale del Registro delle Imprese era pari a 7.394, in aumento di 514 unità rispetto alla fine di marzo (+7,5%). I dati aggiornati al secondo semestre 2017 mostrano un capitale sociale pari complessi vamente a 373,6 milioni di euro, in media 50.519 euro a impresa.

Per quanto riguarda la distribuzione per settori di attività, il 70,6% delle startup in Italia fornisce servizi (in particolare, prevalgono le seguenti specializzazioni: produzione software e consulenza informatica, 30,8%; attività di R&S, 13,9%; attività dei servizi d’informazione, 8,9%). Il 19,6% opera nei settori dell’industria in senso stretto: fabbricazione di macchinari (3,6%), di computer e prodotti elettronici e ottici (3,4%), di apparecchiature elettriche (2%), mentre il 4% opera nel commer cio. Che considerazioni si possono trarre? Si tratta di microimprese, sottocapitalizzate, che nonostante la portata innovativa della loro attività rappresentano una goccia nel mare magno delle circa 370mila imprese circa che ogni anno vengono aperte o cessano l’attività in Italia. E Terni? All’uscita del decreto sulle startup innovative la nostra città balzò in vetta alle classifiche di startup iscritte per numero di abitanti stilata dal Sole 24 Ore, facendo guadagnare punti al territorio nella graduatoria sulla qualità della vita. A tre anni da quel a censimento, il numero è arrivato a 28 aziende registrate alla Camera di commercio. Si tratta in prevalenza di società con capitale sociale intorno ai 10 mila euro (con qualche piccola eccezione) attive nel software e nell’energia, nell’elettronica o nell’internet of things. Pochissime di queste hanno fatto raccolta di fondi presso investitori istituzionali, pochissime si sono guadagnate l’attenzione dei contest (le gare per l’innovazione) organizzate da grandi player del settore industriale o dai programmi di accelerazione e incubazione di istituti di credito o fondi di venture capital. Eppure… Eppure ogni tanto qualcuna ce la fa. E si ricava nicchie di mercato interessanti, o riesce a far drizzare le antenne di chi investe denaro per poi cavalcare l’onda del successo della crescita di queste piccole aziende fondate da innovatori col bernoccolo di cambiare il mondo. O almeno di portare innovazioni disruptive (dirompenti) nel proprio settore di attività.

Ma quali sono i limiti del nostro territorio rispetto a questo fenomeno? Ad una prima occhiata verrebbe da dire subito la marginalità. Già perché Terni e l’Umbria, in generale, sono distanti dai grandi centri decisionali e dalle dorsali dell’innovazione, che viaggiano lungo gli assi dei grandi atenei, dei politecnici e delle sedi di banche e fondi (quindi Roma, Milano, Torino e compagnia cantante). E poi c’è il tema dell’Open Innovation, cioè il dialogo tra grandi imprese e startup per permearsi a vicenda di cultura innovativa, che non decolla. In una regione dove le grandi imprese hanno il cervello all’estero (si tratta soprattutto di multinazionali) e le piccole imprese non hanno la forza di investire in innovazione, i programmi varati dalle pubbliche amministrazioni per supportare queste dinamiche finiscono col distribuire un po’ di contributi a pioggia senza incidere in maniera decisiva sulla crescita del settore. E’ abbastanza per aprire una riflessione? Vale la pena guardare a questo ecosistema per pensare a un futuro diverso per Terni e per il suo territorio? Domande alle quali si può rispondere non cedendo alla tentazione di dividersi in tifoserie, ma analizzando il contesto e guardando a quali possono essere le soluzioni da mettere in campo per promuovere l’innovazione.

03

Faces – Sandro Becchetti

“L’inganno del vero”

Scomparso da quattro anni, il fotografo Sandro Becchetti è più che mai presente con i suoi scatti in esposizione al museo Caos di Terni. Becchetti, di nascita romana ma umbro per scelta e vocazione (viveva a Lugnano in Teverina), è stato inviato de “La Repubblica”,“l’Unità” e molte altre testate giornalistiche nazionali e internazionali (LIFE, Libération). Per lungo tempo è stato considerato il più grande ritrattista italiano. La sua attività artistica si interrompe nel 1980 quando decide di dedicarsi prevalentemente all’arte del legno, riprenderà solo nel 1995 con una serie di lavori su Spagna e Portogallo. Fruibile nella mostra – egregiamente curata da Valentina Gregori e Irene Labella – oltre ad una accuratissima selezione di ritratti dei principali protagonisti del XX secolo( Federico Fellini, Pier Paolo Pasolini, Andy Warhol, Alfred Hitchcock), una serie della periferia “pasoliniana” e di paesaggi umbri, nonché dieci fotografie per lo più inedite che Becchetti realizzò alle Acciaierie di Terni negli anni Settanta. La mostra di Terni vuole ripercorrere l’intera attività artistica di Sandro Becchetti suggerendone nuove chiavi di lettura del suo lavoro, sia come fotografo che come scrittore e lo fa attraverso un doppio percorso espositivo fatto di immagini e parole. Molteplici sono infatti le testimonianze scritte che il fotografo romano ci ha lasciato, non ultimo il libro “L’inganno del vero” da cui l’esposizione ha tratto il titolo. La mostra, inauguratasi il 25 novembre sarà fruibile fino al 4 marzo 2018.

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Cover Story – Terni città della birra

Da industriale ad artigianale, a birra artigianale!

Un po’ da sempre ci fregiamo del titolo Terni città dell’acciaio, o almeno, dal 1884, quando le antesignane della moderna AST, iniziarono ad operare sulle sponde del Nera. E allora perché non Terni città della birra? Se ne facciamo una mera questione di età, il primo birrificio ternano che si ricordi, ha iniziato a trasformare acqua, malti e luppoli in una delle più iconiche bevande di sempre quasi quarant’anni prima, nel 1845. La famiglia Magalotti, già produttrice di acqua minerale, gassosa e ghiaccio, decise di immergersi nel mercato della birra, arrivando a diventare una vera e propria eccellenza nazionale, grazie alla qualità delle acque del territorio e degli ingredienti utilizzati. Un’avventura interrottasi bruscamente nel 1936, dopo quasi un secolo di attività, per via delle leggi fasciste, che imposero altissime tasse sulle materie prime, promuovendo l’utilizzo del riso, decisamente fuori mercato per produrre birra. E proprio lì, dove una volta sorgeva il birrificio possiamo ancora trovarne le tracce. Ti è mai capitato, girando per le vie del centro, di imbatterti nei pressi di Porta Sant’Angelo in vico della Birreria? Ecco, quella birreria, era proprio la Magalotti, e circa 90 anni dopo, tre giovani ternani, incuriositi proprio da quella via, hanno deciso di indagare, fino a far diventare uno scherzo fra amici il grande ritorno di un’antica eccellenza ternana. Purtroppo per noi la Magalotti, anche se radicata nel territorio, ormai viene prodotta in Austria, ma il seme che ha piantato più di 150 anni fa è sbocciato rigoglioso, dando vita a ben 2 birrifici artigianali che già hanno fatto molto parlare di se: Il Birrificio Amerino e Birra Bro non birrifici normali, le loro birre sono frutto della fantasia, dell’estro, della sperimentazione. Loro sono artigiani, loro sono artisti. Sono birrerie artigianali.

IL BIRRIFICIO AMERINO
Il Birrificio Amerino, nato dalla passione di due fratelli, Alessandro e Marco Di Stefano, come da nome nasce ad Amelia, prima come semplice “Beer firm” (producevano le loro birre all’interno di birrifici altrui), per poi camminare con le loro forze presso l’attuale sede di Sviluppumbria. Dei veri e propri artisti, giovani e rampanti, che non hanno paura di mettersi in gioco e sperimentare, provare, magari anche fallire, ma con il solo obiettivo in mente di migliorare le loro birre, oltre che di sostenere il territorio da dove provengono e dove producono. Basti pensare che Alessandro, il mastro birraio, aveva un posto sicuro all’Alcantara, oro in questi tempi incerti. Ora lavora tutto il giorno, sempre in apprensione, ma la soddisfazione di vedere piacere nel volto di chi ha appena bevuto, un qualcosa che senza il suo intervento era semplice acqua, è impagabile. Amerino si, ma non solo, con un occhio rivolto a tutto il sud dell’Umbria, con grandi progetti in cantiere. Come produrre una birra con lievito autoctono da loro coltivato in zona, fino all’integrazione con le cantine vinicole di cui il territorio è pieno, con il progetto delle birre in barrique. Una ricerca costante della qualità, ma anche dell’unicità, cercando di creare birre un po per tutti i gusti, che piacciano anche a chi non è ancora abituato alla ricchezza di sapori delle birre artigianali, a chi ormai non riesce a bere altro. Una linea completa la loro, dall’intensità dei luppoli della Burbera alla corposità della Edo15, la IPA di casa, passando per l’amarezza della giovane e ribelle NorthUp fino alla freschezza della beverina Summer. Ed ora arriveranno le speciali, dalla citata barrique, alle rosse speciali, fino alla birra per San Valentino.

BIRRA BRO
Spostandoci neanche troppo distante, possiamo trovare il nuovo birrificio di Birra Bro. Ai due “BRO” storici Pierfrancesco e Elisabetta Peppicelli, da pochi mesi si sono unite le forze fresche della famiglia Musumeci, proiettandoli verso una nuova era, con un nuovo birrificio ancora più grande a pochi metri dal precedente, che era stato inaugurato addirittura prima di tutti, nel 2015! In questi due anni Birra Bro si è tolta anche qualche soddisfazione mica male, con la loro Apache che si è piazzata al 2° posto su ben 102 birre al Cerevisia, il più grande festival della birra artigianale in Italia, oltre ad essere arrivati addirittura a esportare birra italiana in tutta Europa. Birra italiana in Europa, ma non era il contrario? Piccole magie che possono avvenire solo grazie alla passione e all’impegno si, ma anche alla qualità, che in Birra Bro non mettono mai in secondo piano. Che va bene essere artigianali, ma questo non vuol dire che la qualità non debba essere una priorità, con macchinari all’avanguardia, alta standardizzazione, che permette alla birra di diventare arte in dei fermentatori più unici che rari. Eh si perché come si fa a dire che la Birra Bro non è di Terni, quando passa tutto il tempo a maturare e fermentare in fermentatori fatti con acciaio AST? Anche perché Birra Bro non vuole fermarsi e dopo le prime due birre, create in collaborazione con il CERB, adesso siamo arrivati a cinque. La lievemente amara e mai anonima Mania, la Alpan, un’ambrata fruttata con un finale deciso, la freschissima Figlia dei fiori, la Mitica 70, dubbel belga ad alta fermentazione dal colore ramato e infine la decisa Apache, un’APA amara si, ma senza esagerare, un APA unica, dopotutto non si arriva secondi su 102 e si diventa birra quotidiana per ‘Slow food’ a caso. Che grande spirito birrario che riaffiora a Terni. Incredibile dirlo dopo quasi un secolo di pausa. Pesa tanto quel vuoto, forse per colpa sua è esagerato definire Terni città della birra. Almeno per ora. Riparliamone fra qualche anno.

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Focus – Startup

L’Ecosistema StartUp e la Sfida della Periferia

In un territorio marginale come quello ternano, ecco chi prova a intercettare capitali di rischio per lanciare soluzioni innovative

C’è chi è convinto che cambieranno il mondo, figurarsi il futuro di una città. E c’è chi, invece, le considera solo fuffa, una bolla mediatica. C’è chi giura che sono la risposta al grande problema della disoccupazione giovanile. E c’è chi, al contrario, è pronto a giurare che si tratta solo di una goccia nel mare, di un placebo per i cervelli in cerca di affermazione e di lavoro. Dici startup e subito si spaccano le tifoserie: da un lato gli entusiasti, quelli che “noi pensiamo differente e siamo affamati e folli”, dall’altro gli ipercritici, quelli che “non siamo in silicon valley, è solo roba da nerd esaltati”. Ma mettersi in curva, schierarsi con una fazione o con l’altra ha senso? Può aiutarci a comprendere un fenomeno? Può farci intravedere qual è la portata innovativa di un fenomeno che sta condizionando anche le scelte di grandi imprese e multinazionali? Per cercare di rispondere a queste domande, partendo dalla nostra città, forse è meglio affidarsi ai numeri e cercare di fare un ritratto dell’ecosistema (gli esperti chiamano così questo settore) con gli occhi e gli strumenti di analisi di un italiano.

Già, perché nel Belpaese abbiamo le nostre peculiarità e i nostri fattori condizionanti, diversi da quelli del resto del mondo, diversi da quelli della città e delle nazioni più competitive. Basti pensare che (sono dati sintetici del 2016) in Gran Bretagna i venture capital, i fondi di capitale di rischio che investono in startup, hanno movimentato in queste società circa 3,2 miliardi di Euro, in Francia e Israele 2,7 miliardi, in Germania 2, nella vicina Svizzera 0,8 miliardi e nella latina Spagna 0,6 miliardi. E l’Italia? Tra le nazioni più avanzate dell’area EMEA (Europa Middle East e Africa) fanno peggio di noi solo Austria e Portogallo, con ecosistemi così piccoli da non arrivare neppure ai 180 milioni di euro che hanno gonfiato il capitale delle startup nostrane. Insomma, un fenomeno che nel nostro Paese non decolla, nonostante nel 2014 l’allora governo Monti abbia varato una legislazione che la grancassa mediatica ha definito “innovativa” e che avrebbe dovuto mettere il turbo al settore. Al 30 giugno 2017 il numero di startup in Italia iscritte alla sezione speciale del Registro delle Imprese era pari a 7.394, in aumento di 514 unità rispetto alla fine di marzo (+7,5%). I dati aggiornati al secondo semestre 2017 mostrano un capitale sociale pari complessi vamente a 373,6 milioni di euro, in media 50.519 euro a impresa. Per quanto riguarda la distribuzione per settori di attività, il 70,6% delle startup in Italia fornisce servizi (in particolare, prevalgono le seguenti specializzazioni: produzione software e consulenza informatica, 30,8%; attività di R&S, 13,9%; attività dei servizi d’informazione, 8,9%). Il 19,6% opera nei settori dell’industria in senso stretto: fabbricazione di macchinari (3,6%), di computer e prodotti elettronici e ottici (3,4%), di apparecchiature elettriche (2%), mentre il 4% opera nel commercio. Che considerazioni si possono trarre? Si tratta di microimprese, sottocapitalizzate, che nonostante la portata innovativa della loro attività rappresentano una goccia nel mare magno delle circa 370mila imprese circa che ogni anno vengono aperte o cessano l’attività in Italia. E Terni? All’uscita del decreto sulle startup innovative la nostra città balzò in vetta alle classifiche di startup iscritte per numero di abitanti stilata dal Sole 24 Ore, facendo guadagnare punti al territorio nella graduatoria sulla qualità della vita.

A tre anni da quel a censimento, il numero è arrivato a 28 aziende registrate alla Camera di commercio. Si tratta in prevalenza di società con capitale sociale intorno ai 10 mila euro (con qualche piccola eccezione) attive nel software e nell’energia, nell’elettronica o nell’internet of things. Pochissime di queste hanno fatto raccolta di fondi presso investitori istituzionali, pochissime si sono guadagnate l’attenzione dei contest (le gare per l’innovazione) organizzate da grandi player del settore industriale o dai programmi di accelerazione e incubazione di istituti di credito o fondi di venture capital. Eppure… Eppure ogni tanto qualcuna ce la fa. E si ricava nicchie di mercato interessanti, o riesce a far drizzare le antenne di chi investe denaro per poi cavalcare l’onda del successo della crescita di queste piccole aziende fondate da innovatori col bernoccolo di cambiare il mondo. O almeno di portare innovazioni disruptive (dirompenti) nel proprio settore di attività. Ma quali sono i limiti del nostro territorio rispetto a questo fenomeno? Ad una prima occhiata verrebbe da dire subito la marginalità. Già perché Terni e l’Umbria, in generale, sono distanti dai grandi centri decisionali e dalle dorsali dell’innovazione, che viaggiano lungo gli assi dei grandi atenei, dei politecnici e delle sedi di banche e fondi (quindi Roma, Milano, Torino e compagnia cantante). E poi c’è il tema dell’Open Innovation, cioè il dialogo tra grandi imprese e startup per permearsi a vicenda di cultura innovativa, che non decolla. In una regione dove le grandi imprese hanno il cervello all’estero (si tratta soprattutto di multinazionali) e le piccole imprese non hanno la forza di investire in innovazione, i programmi varati dalle pubbliche amministrazioni per supportare queste dinamiche finiscono col distribuire un po’ di contributi a pioggia senza incidere in maniera decisiva sulla crescita del settore. E’ abbastanza per aprire una riflessione? Vale la pena guardare a questo ecosistema per pensare a un futuro diverso per Terni e per il suo territorio? Domande alle quali si può rispondere non cedendo alla tentazione di dividersi in tifoserie, ma analizzando il contesto e guardando a quali possono essere le soluzioni da mettere in campo per promuovere l’innovazione.

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Faces – Sandro Becchetti

Sandro Becchetti

“L’inganno del vero”

Scomparso da quattro anni, il fotografo Sandro Becchetti è più che mai presente con i suoi scatti in esposizione al museo Caos di Terni. Becchetti, di nascita romana ma umbro per scelta e vocazione (viveva a Lugnano in Teverina), è stato inviato de “La Repubblica”,“l’Unità” e molte altre testate giornalistiche nazionali e internazionali (LIFE, Libération). Per lungo tempo è stato considerato il più grande ritrattista italiano. La sua attività artistica si interrompe nel 1980 quando decide di dedicarsi prevalentemente all’arte del legno, riprenderà solo nel 1995 con una serie di lavori su Spagna e Portogallo. Fruibile nella mostra – egregiamente curata da Valentina Gregori e Irene Labella – oltre ad una accuratissima selezione di ritratti dei principali protagonisti del XX secolo( Federico Fellini, Pier Paolo Pasolini, Andy Warhol, Alfred Hitchcock), una serie della periferia “pasoliniana” e di paesaggi umbri, nonché dieci fotografie per lo più inedite che Becchetti realizzò alle Acciaierie di Terni negli anni Settanta. La mostra di Terni vuole ripercorrere l’intera attività artistica di Sandro Becchetti suggerendone nuove chiavi di lettura del suo lavoro, sia come fotografo che come scrittore e lo fa attraverso un doppio percorso espositivo fatto di immagini e parole. Molteplici sono infatti le testimonianze scritte che il fotografo romano ci ha lasciato, non ultimo il libro “L’inganno del vero” da cui l’esposizione ha tratto il titolo. La mostra, inauguratasi il 25 novembre sarà fruibile fino al 4 marzo 2018.

Per Info: 0744-285946 – www.caos.museum

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Cover Story – Terni città della birra

Da industriale ad artigianale, a birra artigianale!

Un po’ da sempre ci fregiamo del titolo Terni città dell’acciaio, o almeno, dal 1884, quando le antesignane della moderna AST, iniziarono ad operare sulle sponde del Nera. E allora perché non Terni città della birra? Se ne facciamo una mera questione di età, il primo birrificio ternano che si ricordi, ha iniziato a trasformare acqua, malti e luppoli in una delle più iconiche bevande di sempre quasi quarant’anni prima, nel 1845. La famiglia Magalotti, già produttrice di acqua minerale, gassosa e ghiaccio, decise di immergersi nel mercato della birra, arrivando a diventare una vera e propria eccellenza nazionale, grazie alla qualità delle acque del territorio e degli ingredienti utilizzati. Un’avventura interrottasi bruscamente nel 1936, dopo quasi un secolo di attività, per via delle leggi fasciste, che imposero altissime tasse sulle materie prime, promuovendo l’utilizzo del riso, decisamente fuori mercato per produrre birra. E proprio lì, dove una volta sorgeva il birrificio possiamo ancora trovarne le tracce. Ti è mai capitato, girando per le vie del centro, di imbatterti nei pressi di Porta Sant’Angelo in vico della Birreria? Ecco, quella birreria, era proprio la Magalotti, e circa 90 anni dopo, tre giovani ternani, incuriositi proprio da quella via, hanno deciso di indagare, fino a far diventare uno scherzo fra amici il grande ritorno di un’antica eccellenza ternana. Purtroppo per noi la Magalotti, anche se radicata nel territorio, ormai viene prodotta in Austria, ma il seme che ha piantato più di 150 anni fa è sbocciato rigoglioso, dando vita a ben 2 birrifici artigianali che già hanno fatto molto parlare di se: Il Birrificio Amerino e Birra Bro non birrifici normali, le loro birre sono frutto della fantasia, dell’estro, della sperimentazione. Loro sono artigiani, loro sono artisti. Sono birrerie artigianali.

IL BIRRIFICIO AMERINO
Il Birrificio Amerino, nato dalla passione di due fratelli, Alessandro e Marco Di Stefano, come da nome nasce ad Amelia, prima come semplice “Beer firm” (producevano le loro birre all’interno di birrifici altrui), per poi camminare con le loro forze presso l’attuale sede di Sviluppumbria. Dei veri e propri artisti, giovani e rampanti, che non hanno paura di mettersi in gioco e sperimentare, provare, magari anche fallire, ma con il solo obiettivo in mente di migliorare le loro birre, oltre che di sostenere il territorio da dove provengono e dove producono. Basti pensare che Alessandro, il mastro birraio, aveva un posto sicuro all’Alcantara, oro in questi tempi incerti. Ora lavora tutto il giorno, sempre in apprensione, ma la soddisfazione di vedere piacere nel volto di chi ha appena bevuto, un qualcosa che senza il suo intervento era semplice acqua, è impagabile. Amerino si, ma non solo, con un occhio rivolto a tutto il sud dell’Umbria, con grandi progetti in cantiere. Come produrre una birra con lievito autoctono da loro coltivato in zona, fino all’integrazione con le cantine vinicole di cui il territorio è pieno, con il progetto delle birre in barrique. Una ricerca costante della qualità, ma anche dell’unicità, cercando di creare birre un po per tutti i gusti, che piacciano anche a chi non è ancora abituato alla ricchezza di sapori delle birre artigianali, a chi ormai non riesce a bere altro. Una linea completa la loro, dall’intensità dei luppoli della Burbera alla corposità della Edo15, la IPA di casa, passando per l’amarezza della giovane e ribelle NorthUp fino alla freschezza della beverina Summer. Ed ora arriveranno le speciali, dalla citata barrique, alle rosse speciali, fino alla birra per San Valentino.

BIRRA BRO
Spostandoci neanche troppo distante, possiamo trovare il nuovo birrificio di Birra Bro. Ai due “BRO” storici Pierfrancesco e Elisabetta Peppicelli, da pochi mesi si sono unite le forze fresche della famiglia Musumeci, proiettandoli verso una nuova era, con un nuovo birrificio ancora più grande a pochi metri dal precedente, che era stato inaugurato addirittura prima di tutti, nel 2015! In questi due anni Birra Bro si è tolta anche qualche soddisfazione mica male, con la loro Apache che si è piazzata al 2° posto su ben 102 birre al Cerevisia, il più grande festival della birra artigianale in Italia, oltre ad essere arrivati addirittura a esportare birra italiana in tutta Europa. Birra italiana in Europa, ma non era il contrario? Piccole magie che possono avvenire solo grazie alla passione e all’impegno si, ma anche alla qualità, che in Birra Bro non mettono mai in secondo piano. Che va bene essere artigianali, ma questo non vuol dire che la qualità non debba essere una priorità, con macchinari all’avanguardia, alta standardizzazione, che permette alla birra di diventare arte in dei fermentatori più unici che rari. Eh si perché come si fa a dire che la Birra Bro non è di Terni, quando passa tutto il tempo a maturare e fermentare in fermentatori fatti con acciaio AST? Anche perché Birra Bro non vuole fermarsi e dopo le prime due birre, create in collaborazione con il CERB, adesso siamo arrivati a cinque. La lievemente amara e mai anonima Mania, la Alpan, un’ambrata fruttata con un finale deciso, la freschissima Figlia dei fiori, la Mitica 70, dubbel belga ad alta fermentazione dal colore ramato e infine la decisa Apache, un’APA amara si, ma senza esagerare, un APA unica, dopotutto non si arriva secondi su 102 e si diventa birra quotidiana per ‘Slow food’ a caso. Che grande spirito birrario che riaffiora a Terni. Incredibile dirlo dopo quasi un secolo di pausa. Pesa tanto quel vuoto, forse per colpa sua è esagerato definire Terni città della birra. Almeno per ora. Riparliamone fra qualche anno.

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